La Sonata a Kreutzer -  Lev N. Tolstoj

A cura di Stelio Ghidotti

INCIPIT
 
La primavera era all’inizio. Viaggiavamo già da due lunghe giornate. Nella vettura si avvicendavano persone dirette a mete diverse, ma tre provenivano, come me, fin dalla stazione di partenza del convoglio: una signora d’una certa età e non troppo avvenente, fumatrice, dai lineamenti stanchi, che portava in capo un berretto e indossava un pastrano di taglio quasi maschile; un suo conoscente, uomo ciarliero sulla quarantina, con tutte le sue valigie nuove e ben curate; e quindi, un po’ in disparte, un signore non molto alto né anziano, dai movimenti impetuosi, capelli ricci precocemente incanutiti, e gli occhi straordinariamente lucidi e sempre in rapido moto da un oggetto all’altro. Era avvolto in un pastrano vecchio ma di buon taglio, col bavero di montone, e pure di montone era l’alto berretto che portava in capo; sotto il pastrano, quando si sbottonava, s’intravedevano una corta giacca e un camiciotto russo ricamato. Una particolarità di questo signore consisteva in ciò, che di tanto in tanto faceva udire strani suoni, qualcosa di simile a un raschio o a una risatella strozzata. Per tutto il tempo del viaggio egli aveva accuratamente evitato ogni contatto o conoscenza con gli altri viaggiatori; ai tentativi di conversazione dei vicini rispondeva con frasi secche e brevi, e passava le ore a leggere o a fumare guardando dal finestrino, o anche traendo le provviste da una vecchia sacca da viaggio, a bere tè e a mangiare panini imbottiti...
Eppure, avevo l’impressione che quell’isolamento gli pesasse, e qualche volta avrei voluto attaccar discorso con lui; ma sempre che i nostri sguardi s’incontravano, il che accadeva di frequente, dato che eravamo seduti di sbieco l’uno rispetto all’altro, egli volgeva il capo dall’altra parte, e si rimetteva a leggere o a guardare dal finestrino.
 
 
FINIS
 
“Sì,” disse d’un tratto,”se avessi saputo ciò che so ora, le cose sarebbero andate in modo assolutamente diverso. Io non l’avrei sposata… non l’avrei per nessun motivo sposata". Tacemmo di nuovo a lungo. "Allora, mi perdoni". Distolse lo sguardo da me e si distese sul sedile, coprendosi con un plaid. Alla stazione in cui dovevo scendere (erano le otto del mattino) mi avvicinai a lui per salutarlo. Dormisse o fingesse di dormire, fatto è che non si muoveva. Lo toccai con una mano. Si scoperse, ed era chiaro che non dormiva. “Addio” dissi porgendogli la mano. Mi diede la sua e sorrise appena, in modo così pietoso che provai il desiderio di piangere. “Sì, mi perdoni,” disse ripetendo le stesse parole con cui aveva concluso tutto il suo racconto.