INCONTRO AL LAGO

Di Albertina Fancetti
Capitolo dieci

I raggi del sole svegliarono Luciano dal sonno profondo in cui era caduto poche ore prima. Aquilino era scomparso, mentre dal fondo del corridoio giungeva il ciabattare del sagrestano. Si decise ad alzarsi, si affacciò alla stretta finestrella che dava sul fossato, dove le acque maleodoranti continuavano a scorrere pigramente. Il vasto prato che circondava la cattedrale, visto alla luce del giorno, offriva uno spettacolo colorato: papaveri rossi, gialli ranuncoli, campanelli di uno splendido viola scuro e, sparse qua e là, le macchie azzurrate degli “Occhi della Madonna”. A un tratto, la fitta vegetazione che cresceva accanto al fossato si mosse, Luciano scorse la sagoma grigia di Aquilino acquattata tra i fili d’erba in posizione d’attacco, pronto a scattare. Con una mossa fulminea, ilgatto scomparve tra i fitti cespugli di more e biancospino. Luciano rimase in attesa, affascinato dallo spettacolo di quella caccia mattutina e, poco dopo, vide ricomparire il suo fedele amico con un grosso topo stretto ferocemente tra i denti aguzzi. Aquilino tornò ad acquattarsi fra l’erba, giocherellando in modo crudele con la sua preda ormai agonizzante e, pur dall’alto della finestra, Luciano riuscì a scorgere il lampo maligno che brillava nei suoi occhi verdi.
«Buongiorno figliolo!» L’arrivo del monaco interruppe quel penoso spettacolo e Luciano si riscosse salutandolo con un sorriso imbarazzato.
«Buongiorno padre! Ho dormito come un sasso».
Si lavò le mani e il viso nel catino sbreccato, asciugandosi in uno straccio di tela grezza.
«Venite a bere il vostro latte» lo invitò poi, precedendolo lungo il corridoio fino a una sala rettangolare che fungeva da refettorio. Fece accomodare Luciano su di una panca accanto a un tavolo di legno, perfettamente lucidato con cera d’api della quale si avvertiva il profumo intenso. Gli porse quindi una rozza scodella colma di latte tiepido, in mezzo al quale galleggiavano macchie giallastre di grasso. Luciano se la portò alle labbra, reprimendo un moto di disgusto, avvertiva infatti il bisogno di nutrirsi: non aveva più toccato cibo dal pomeriggio del giorno precedente, quando aveva cenato presso la Taverna Meneghina. Anche il latte, che gli lasciò la lingua inzuppata di grasso dolciastro, aveva un sapore corposo. Il sagrestano gli porse un tozzo di pane dalla mollica scura, Luciano lo spezzò intingendolo nel latte, constatando che l’insieme era davvero delizioso. Divorò quindi la colazione frugale sotto lo sguardo amorevole del monaco che gli si sedette di fronte, incrociando fra loro le mani mentre si apprestava a ricevere la sua confessione.
«Allora Luciano, raccontatemi da dove venite e cosa facevate in piena notte davanti alla Basilica di S. Lorenzo…»
Luciano lo guardò con espressione perplessa.
«Padre, è molto difficile per me spiegarvi da dove provengo… probabilmente non mi credereste»
«Provate a dirmelo ugualmente, poi io deciderò se credervi o meno» gli rispose con la sua voce sommessa, mentre lo osservava con una strana intensità dipinta nello sguardo azzurro che Luciano era certo di avere già visto.
«Vengo da Milano, ma la città che io conosco è moderna. Ho riconosciuto solo questa basilica perché è rimasta uguale nei secoli».
Il monaco lo ascoltava scuotendo il capo con comprensione.
«Il mondo cambia. Nei secoli passati davanti a questa basilica, proprio in questo prato, si bruciavano le persone accusate di praticare la stregoneria e anche molti gatti, specie se neri, venivano immolati sul rogo insieme alle loro padrone. In certe notti senza luna si sentono ancora i loro miagolii disperati, simili a fantasmi in cerca di vendetta».
«E pensare che è stato proprio Aquilino a condurmi qui alla chiesa. Io mi trovavo dall’altra parte della città, in via Fiori Chiari al numero 13… è già la seconda volta che il gatto mi guida».
«Aquilino è molto speciale… appare e scompare a suo piacimento, sa essere dolce e affettuoso come pure scaltro e malvagio, ma ditemi… cosa facevate ieri sera nella casa di Lord Byron?» -domandò il monaco, lasciandolo di stucco.
«Voi conoscente l’Inglese?» gli chiese Luciano esterrefatto.
«Lord Byron è un’anima inquieta, sempre alla ricerca di risposte che non possono essere date… è un negromante e pratica l’occultismo. So che si fa spedire l’assenzio preparato dai frati della Certosa di Pavia, è convinto che lo aiuti a mettersi in contatto con le anime dei defunti».
«Sono stato proprio io a consegnargli l’ampolla… mi è stata data dai facchini della chiatta e ho accettato l’incarico per sdebitarmi del passaggio che mi avevano offerto».
Il monaco sorrise, esortandolo a proseguire il suo racconto.
«Infatti proprio ieri sera ho assistito a una seduta spiritica… ed è stato molto inquietante»
«E ditemi Luciano, chi erano gli altri partecipanti alla seduta spiritica?»
«Un certo dottor Cesare Bradamanti, un tale abate Busoni e una donna vestita di nero che fungeva da medium».
Un sommesso gemito di costernazione irruppe dalle labbra del sagrestano.
«Cesare Bradamanti non è affatto un medico bensì un ciarlatano, un abortista che si è macchiato dei peccati più nefandi. Quanto a Busoni, rappresenta la vergogna della chiesa, assetato di ricchezza e potere».
«E la donna… conoscete anche lei?» domandò Luciano con una nota ansiosa nella voce.
Il monaco scosse il capo, ma non riuscì a nascondere il lampo di malizia che gli brillava negli occhi.
«E il messaggio… cosa vi hanno detto gli spiriti?» chiese poi glissando abilmente.
«Il messaggio era del tutto incomprensibile… almeno per me. Lo spirito del lago ha parlato di morte del messaggero… Mi spiace ma oltre a questo non ricordo altro…»
«Se il messaggero siete voi è probabile che siate in pericolo, dovrete fare molta attenzione» il monaco continuava a sorridere, mentre accompagnava Luciano lungo la stretta scala a chiocciola verso l’uscita della chiesa.


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