AGGRESSIVITÀ MILANESE

Una distinta signora tra i 60 e i 70 anni sta portando a passeggio il suo cagnolino sul marciapiede. Alle sue spalle sopraggiunge in bicicletta un uomo ben vestito sulla settantina. L’anziano va di fretta e urta leggermente il cane con la ruota anteriore. La signora a quel punto, senza scomporsi e molto educatamente, gli domanda di stare più attento. Senza nemmeno fermarsi l’uomo prosegue spedito proferendo queste parole: “Non rompere le palle, brutta stronza!”
Mi accorgo di essere rimasto senza contante. Trovo un bancomat ma una donna sta già prelevando e un ragazza sta attendendo il proprio turno; apprezzabilmente non le si è piazzata alle calcagna ma ha lasciato circa tre metri tra loro. Mi accodo a lei e quasi in contemporanea arriva un uomo alto sulla cinquantina: elegantissimo, brizzolatissimo, abbronzatissimo, auricolarissimo, stereotipatissimo. Ci guarda per un secondo con aria di sufficienza e si attacca dietro alla donna allo sportello, tipo pappagallo sulla spalla di un pirata. La ragazza e io ci guardiamo interdetti, dopodiché chiedo garbatamente al cliché ambulante di rispettare la coda. Con cadenza da baùscia mi risponde: “Uè, ma cos’è? La coda inizia dall’altra parte della strada? “E se ne va via indispettito, sproloquiandomi contro.
Una bella donna sulla trentina, talmente presa dal suo smart phone o intenzionalmente concentrata sullo schermino in cerca di un alibi, non vuol vedere o non nota che il suo raffinato cagnetto è accovacciato proprio accanto a lei intento a fare i suoi bisogni. A terra rimangono marron glacé appena sfornati in omaggio ai propri concittadini o come inaspettato souvenir per le scarpe di qualche turista. Un ragazzo di circa vent’anni nota la scena e con voce concitata ma priva di volgarità o offese, le chiede di raccogliere le deiezioni, aggiungendo pure un “per favore”. “Fatti i cazzi tuoi, cretino”. Parole non eleganti quanto il griffatissimo abbigliamento.
Una vettura giunge a uno stop ma si ferma con un metro di troppo. Nulla di clamoroso; è comunque immobile e di spazio per la precedenza ce n’è in abbondanza. Un motorino arriva spedito da destra; si sentono già le grida del conducente che, in prossimità del muso dell’autovettura, tira una frenata da moto gp, lasciando metà degli pneumatici sull’asfalto. Non ne ha necessità, ci passerebbe un camion ma si arresta a un centimetro dal cofano. Il bislacco centauro mette il cavalletto, si toglie il casco, blocca il traffico dietro di sé e comincia a prendere a pugni il finestrino dell’automobile tra bestemmie e insulti al di là dell’umana concezione.
E ora un classico del darwinismo sociale meneghino: signora in procinto di attraversare sulle strisce pedonali e automobilista che la punta come il leone la propria preda nella savana. La donna ha appena cominciato la rischiosa attraversata e la velocità della macchina aumenta man mano che lei guadagna terreno. A venti metri parte la clacsonata isterica, priva di pause. La donna, comprensibilmente, si spaventa e si blocca. L’auto la raggiunge, le inchioda davanti e il finestrino si abbassa: viene falcidiata da una raffica di improperi mentre il clacson continua a gridare. L’auto riparte a folle velocità in cerca della prossima vittima mentre la donna, stordita, fatica a comprendere cosa sia accaduto. Ecco spiegato perché il milanese, o in generale l’italiano all’estero, è immediatamente riconoscibile; è quello che, immobile sul ciglio delle strisce pedonali, si guarda attorno con aria circospetta perché ha paura di morire.
Casi banali e ordinari di una qualunque e schizofrenica giornata milanese. Ognuno di noi potrebbe riferirne a bizzeffe. Una grande giornalista, tempo addietro, mi fece notare che noi milanesi siamo più propensi a ricordare e raccontare episodi negativi piuttosto che vicende edificanti. Mi sono sempre trovato d’accordo con lei e lo sono tutt’ora ma la sproporzione sta divenendo impossibile da non notare. Che cosa ci sta capitando?
Questa città è passata alla storia per portare il suo cuore in mano ma ora, molto spesso, l’una cosa che spunta dalle nostre mani è un dito medio. Siamo in grado di passare in un attimo da una solitaria e individualista indifferenza digitale a un’aggressività innaturale, immotivata e sproporzionata verso il nostro prossimo. Nulla più contano il torto o la ragione. Niente più valgono le circostanze o le motivazioni. Ancor meno sono da considerarsi l’età, il sesso o l’estrazione sociale. Non si salva nessuno e nelle nostre ormai impercettibili differenze, importano solo la brutale prevaricazione, l’inconcepibile violenza verbale e l’inarrivabile maleducazione che avviliscono più noi stessi del nostro prossimo.
Nessuno sbaglia mai e tutti siamo ormai così deboli da credere che la boria e la rabbia siano una dimostrazione di carattere. C’è da compiangerci ma, soprattutto, da rimpiangere un passato fatto di umano calore e comprensione verso i nostri simili. Un passato prossimo dove la vera forza di Milano consisteva nella gentilezza; unica, autentica e inimitabile. Tante sono le testimonianze di visitatori, illustri e non, lasciateci.
Eppure, oggi, quando non ci ignoriamo, sembriamo disposti a scannarci l’un l’altro per le più miserabili questioni.
Nel mio palazzo vive una simpatica e attempata coppia di coniugi campani. Qualche giorno addietro la signora mi vede e mi ferma. Desidera salutarmi perché presto torneranno a vivere vicino a Salerno.
- “Volevo salutarla e ringraziarla”. - “Per cosa?” -Rispondo sorpreso.
- “Lei è il solo occupante di questo stabile che quando incontra me o mio marito ci sorride e ci saluta.” -
Non sono riuscito più a sorridere per il resto della giornata.

Riccardo Rossetti   

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