ANGELI DEL MALE

Di Antonio Mecca
Ultima puntata

Erano passati diversi giorni dall'ultimo duplice omicidio. L’unico che finora ci aveva rimesso era stato il collega di Bardini, il quale non vedendo tornare il suo collega era salito nell'appartamento e aveva fatto così la macabra scoperta. Non aveva potuto quindi fare altro che avvisare la Centrale e spiattellare la verità. Era stato immediatamente sospeso dal servizio, e dopo qualche giorno espulso dalla polizia. 

Angelo non aveva detto nulla a Sara; non lo aveva ritenuto opportuno. Lei continuava nel giro vorticoso della sua nuova vita, e lui aveva ormai compreso che non c'era più nulla da fare. Lei gli stava sfuggendo come una farfalla ormai liberata dal suo fastidioso bozzolo. Aveva creduto, ingannandosi miseramente, che la nuova opportunità che lui le aveva dato modo di avere potesse portare felicità a entrambi. Invece per lui non c'era stato nulla se non amarezza a tutto spiano. Ben presto aveva avuto la prova di quello che già sospettava da tempo: Piero Grignaschi e Sara - la sua Sara - erano amanti. Li aveva pedinati e visti con i suoi occhi baciarsi senza ritegno. Giravano per la città, soprattutto di notte, come due diavoli dell'inferno che approfittano del buio per dare sfogo ai loro peggiori istinti, quasi la notte con la sua luce artefatta sia per questi esseri a rovescio preferibile alla limpidezza del giorno. Aveva cercato di far tornare Sara al suo fianco mediante il ricatto, ma non c'era riuscito. Così ora se ne stava seduto nel medesimo locale nel quale aveva avuto la disgrazia di incontrarla per la prima volta alcuni mesi prima. Adesso si era in agosto, in una calda e viscida notte di fine mese che entrava nella pelle lasciando il fisico spossato e la mente ottenebrata dalla pazzia.  Erano le due di mattina, e lei doveva trovarsi ancora lì accanto, nella medesima discoteca che aveva improvvisamente lasciato in quella fredda notte di febbraio per trasmigrare nel bar dove lui aveva avuto modo di vederla e di restarne ammaliato.

Con il calore esterno fu paragonabile all'effetto di passare da una dolce carezza a un violento ceffone. L’aria presente sembrava affannata come il rantolo di un 

moribondo. Aveva la medesima vischiosità, quasi lo stesso tanfo. 

Angelo aspettò, paziente. Sapeva che lei sarebbe uscita alla chiusura del locale, com'era sua abitudine. E sapeva anche che non sarebbe stata sola, come d’altronde era logico immaginare. 

Ormai era un personaggio famoso, una sorta di dea invidiata dalle donne e concupita dagli uomini. Giornali e televisioni se la contendevano a suon di contratti d'oro, e il successo ottenuto l'aveva cambiata, modificata. Angelo aveva rappresentato per lei la persona giusta al momento giusto. Era stato quello che le aveva spianato la strada affinché potesse raggiungere il traguardo senza ostacoli di sorta. E adesso era finito accantonato come un giocattolo venuto a noia.

All'improvviso lei fu lì. Stava sulla soglia del locale, in compagnia del suo manager amante. 

Piero Grignaschi, alto e ben vestito, biondo, abbronzato e con un sorriso odioso sulla faccia. Un essere che non serviva a nulla tranne che a rendere ancora più torbida una parte della società. Lei stava ridendo per qualcosa che lui le aveva sussurrato, rideva come mai l'aveva vista fare in sua compagnia. Perché lui era troppo semplice per una come lei, perché lei era una di quelle persone che traggono piacere dallo sporcarsi, così come certi farabutti dall’imbrattare le mura delle case della città. I riflessi dei colori al neon delle insegne della discoteca le facevano risaltare il volto quasi trasfigurandolo in una maschera del Male, la testa gettata all'indietro nell’impeto della risata, i lunghi capelli così biondi da competere con i riflessi dorati di un diadema, la bella bocca semichiusa pronta a dare e a ricevere. 

Poi lui la baciò, appassionatamente e al tempo stesso con distacco, perché lui era di quelli che con le donne non si lasciano andare mai del tutto. Anche se adesso con lei era più coinvolto emotivamente rispetto a prima, perché chi raggiunge la notorietà - al di là di come l’ha raggiunta - cambia, diventando più affascinante.

Piero si allontanò per recuperare la sua auto, una Rover color verde bottiglia che luccicava sotto la luce del lampione proprio come una bottiglia galleggiante nel mare sotto la luce del sole. Una bottiglia che al suo interno non conteneva alcun messaggio di naufrago perché chi a un certo livello va alla deriva morale non sente alcun bisogno di lanciare messaggi.

Poi lei lo scorse, e allora il sorriso che ancora persisteva sulle sue belle labbra dipinte di lucido rosso le si raggelò, mentre sul viso - quel viso tanto amato, tanto venerato - comparve dapprima sorpresa, poi fastidio e quindi disprezzo. Un disprezzo profondo, intenso, che lo fece star male al punto di vacillare, di perdere l'equilibrio fisico dopo che quello morale già l’aveva perduto da tempo. Cercò di balbettare qualcosa, ma il balbettio che ne uscì fu come il sussulto di un

motore in procinto di avviarsi, il quale mise in moto unicamente la reazione della donna e il suo disprezzo: il disprezzo di quella che era stata la sua donna ma che adesso era la donna di un altro.

E allora, quasi senza accorgersene la sua mano andò alla tasca e ne riemerse con il coltello a serramanico. Ne premette il pulsante: la lama saettò come la coda di una serpe improvvisamente risvegliata. Il riverbero rossastro del neon si rovesciò sulla lama rendendola insanguinata anzitempo. Il giallo dell’insegna trasformò e sformò il volto della donna - ora impaurito e dalla pelle tesa sulle ossa - in una sorta di teschio. Fu come se tutta la sua bruttezza morale fino allora occultata nel profondo dell’anima fosse stata vomitata all’esterno, su quella che altro non era se non una vetrina scintillante e ingannatrice. Quella “vetrina” venne colpita dalla verità come la vetrina di una gioielleria dal mattone di un ladro, mandando in frantumi tutta la sicurezza e il fascino della donna. La lama affondò nel suo ventre, più e più volte. Angelo colpiva quel corpo tanto amato soffrendo ad ogni colpo come se fosse lui a riceverlo, colpiva cercando di non guardare il volto di lei privato dell’originaria bellezza, colpiva per punire l'assassina del loro passato amore. 

La gente intorno era fuggita urlando, mentre nel frattempo la Rover guidata da Grignaschi giungeva sul posto. Piero non si era ancora reso conto di ciò che era successo, e oltre non poté andare. Tre proiettili attraversarono il  parabrezza della sua auto riducendolo a una ragnatela di schegge che lo raggiunsero in faccia un istante prima che anche i proiettili seguissero lo stesso percorso. Maciullata come se fosse stata colpita da una spranga d'acciaio la testa schizzò all'indietro quasi volesse staccarsi dal busto e quindi si accasciò reclinata di lato.

Angelo gettò la pistola lontano da sé, osservando per l'ultima volta il sangue sgorgare dalle ferite del corpo di Sara e mescolare il proprio cupo colore con i brillanti colori delle luci al neon. 

Il colore della vita che se ne andava lungo i rigagnoli di scarico giù fino nella fogna e da lì all'inferno si mescolò coi colori della vita notturna, artificiali e freddi come il trucco che imbelletta un cadavere imbalsamato. L'uomo fuggì nella notte, quasi risucchiato dal rigurgito di luci che pareva attirarlo là - in fondo alla piazza - come le lampare dei pescatori attirano i pesci nella rete. Una rete nella quale era finito avviluppato ormai da tempo.



 

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