CRONISTA A ROMA

Dal nostro inviato
SALIRE SUL PALCOSCENICO DEL SISTINA
Una partenza e un arrivo

Come tutte le grandi città anche e soprattutto Roma possiede numerosi teatri, grandi e piccoli, quelli storici e quelli più recenti. Roma è un po' come Napoli, un palcoscenico a cielo aperto sopra il quale e sotto il quale cielo (che Anna Maria Ortese che ci nacque e ci visse definiva sempre presente, (sempre - aggiungiamo noi - avvolgente e coinvolgente), un palcoscenico sul quale anche al giorno d'oggi non è raro imbattersi in persone che parlano come attori provetti, nonché in attori veri e propri, visto che molti di loro è proprio a Roma che abitano. Uno dei teatri più noti della capitale è il Sistina, che ha la sua ubicazione nell'omonima via tempio in passato della rivista e del teatro brillante e, al giorno d'oggi, del teatro brillante e del musical spesso d'importazione. Sorge più o meno a metà di questa bella strada che da Trinità dei Monti scende fino a piazza Barberini, vale a dire il cuore della città barocca. Ho avuto la fortuna di assistere a vari spettacoli, seppure non tutti a me graditi perché giudicati poco gradevoli. Lo scorso anno, a gennaio, Enrico Montesano alla veneranda età di 73 anni, con l'ausilio di una rinforzo di capelli e soprattutto con quello del suo grande talento artistico riportò (oltre al riporto) su quel glorioso palcoscenico "Rugantino", che già aveva interpretato nel 1978, quella volta con l'età più o meno giusta, visto che a 33 anni poteva anche passare per un giovane buzzurro romano dell'Ottocento. In realtà sia lui sia Manfredi (il primo attore che nei primi anni Sessanta lo portò in scena) erano troppo attori per potersi incarnare nel personaggio. Il Rugantino più vero è stato - come disse Pietro Garinei - Valerio Mastandrea, perché la sua faccia e il suo modo di parlare indolenti aderivano alla perfezione al bullo di quei luoghi e di quei tempi. 
Il teatro Sistina ha tenuto a battesimo molti giovani attori e mantenuto con loro i contatti per anni, talvolta ripescandoli o tentando di farlo anche a distanza di decenni. È stato il caso di Delia Scala, bravissima soubrette in un'epoca nella quale la soubrette doveva in genere sapere fare tutto, e bene. Recitare, ballare, cantare. Delia si ritirò dal teatro dopo avere concluso le repliche de "Il giorno della tartaruga", per poi dedicarsi alla televisione dove nei primissimi anni '70 ottenne un grande successo con il varietà "Signore e Signora", al fianco di Lando Buzzanca, per poi di lì a una quindicina d'anni ritirarsi anche dalle scene televisive. Vi fece ritorno a metà degli anni '90, nel 1996, con "Io e la mamma", accanto a Gerry Scotti, più che altro per fare un piacere alla figliastra il cui sogno era quello di intraprendere la carriera di attrice. Fu brava come sempre, sebbene Gerry affermasse che se si andava un po' fuori del copione lei rimaneva un po' spiazzata. Garinei e Giovannini erano sempre pronti a riaccoglierla, ma lei a teatro non fece mai ritorno. Questo perché, durante le repliche de "Il giorno della tartaruga" era stata male, e durante la convalescenza tutti le chiedevano non tanto come si sentisse, ma quando sarebbe tornata al lavoro. Così di ripromise di tornare per concludere il ciclo di repliche, per poi non tornare più a lavorare in quell'ambiente. Un altro attore in età avanzata al quale Garinei si rivolse fu Alberto Sordi, quando alla ripresa di "Rugantino" nel 1998 gli offrì il ruolo di Mastro Titta che era stato di Aldo Fabrizi nelle due precedenti edizioni. Ma Sordi rifiutò, perché non se la sentiva più: a 78 anni suonati, di affrontare una fatica quotidiana e per giunta di sera, all'ora nella quale usava mettersi a tavola guardando il telegiornale. Alla commedia teatrale preferiva la tragicommedia della vita riportata dal TG. Peccato, perché questo ruolo avrebbe potuto costituire un ritorno alle origini e soprattutto un congedo più che dignitoso dalla carriera di un grande come Alberto Sordi era stato e come per sempre verrà ricordato. 
Antonio Mecca

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