EFFETTI PERVERSI DEGLI AGGIUSTAMENTI DELL’IRPEF

Nei primi giorni del dicembre scorso il Ministro dell'economia, R. Gualtieri, ha annunciato che il Governo sta già lavorando nell’impostazione della Riforma fiscale prevista per l'anno venturo. Uno dei cambiamenti più significativi che dovrebbero intervenire, secondo il Ministro, si riferisce alla riforma dell’IRPEF, che dovrebbe contemplare un alleggerimento dell’aliquota gravante sui redditi del ceto medio, la classe sociale che ha sofferto maggiormente della crisi del 2011 e della recessione imputabile all’avvento del Covid 19. Il provvedimento, riferibile alla fascia di redditi che va da 40 mila a 60 mila euro l’anno, costerebbe all’Erario intorno ai 3 Mld, di cui solo circa la metà andrebbe ai redditi della fascia considerata. L'altra metà andrebbe al conseguimento di un “obiettivo non desiderato, vale a dire alla diminuzione di aliquota per una parte del reddito concernente contribuenti con redditi superiori ai 60 mila euro. In effetti, in disparte ogni considerazione relativa alla corrispondenza di detta fascia di redditi con quelli del ceto medio (situabili più propriamente in una fascia che va da 25 a 35 mila), un aggiustamento del tipo considerato presenta “effetti perversidi considerevole portata, connaturati con l'attuale configurazione della “progressività per scaglioni” dell'Imposta personale sul reddito.

Un ritocco dell’IRPEF simile era contenuto nel progetto di riforma fiscale avanzato nel 2010 dal NENS (“Nuova Economia, Nuova Società”), che proponeva la riduzione di due aliquote: quella del 23% al 20% per lo scaglione da 7.501 a 15.000 euro e quella del 38% al 36% per lo scaglione da 28.001 a 55.000 euro. Al di là delle apparenze e delle intenzioni dei proponenti, l'attuazione della proposta avrebbe avuto una valenza nettamente regressiva, in ragione del costo degli effetti indesideraticonnaturati all'attuale configurazione della progressività di cui s'è detto. Prescindendo dalle detrazioni proposte (eguali per tutti), il provvedimento non avrebbe realizzato un rafforzamento della progressività, bensì un “effetto regressivo”, implicando una grande dispersione di risorse, distribuite anche a una vasta platea di contribuenti appartenenti alle classi di reddito più elevate. Se consideriamo solo la riduzione delle aliquote dal 23 al 20%, evidentemente orientata a ristorare i redditi più bassi, rileviamo che il meccanismo della progressività per scaglioni avrebbe comportato una riduzione di aliquota, non solo per i contribuenti dello scaglione dei redditi inferiori a 15.000 euro, ma anche per tutti i contribuenti con redditi superiori a tale importo (naturalmente solo per la  loro quota di reddito compresa nello scaglione tra 8.501 e 15.000 euro). In conseguenza, ai circa 8,5 milioni di contribuenti che possedevano all'epoca redditi tassabili inferiori a 15.000 euro sarebbero andati benefici complessivi per circa 2,5 Mld di euro, mentre i restanti 22 milioni di contribuenti con redditi superiori avrebbero beneficiato complessivamente di ben 4,8 Mld di euro; un volume di risorse  inghiottito da uneffetto perverso” rispetto all'obiettivo del provvedimento. Similmente, il ritocco dell’IRPEF proposto dal Ministro Gualtieri per la riforma del 2021 sarebbe inficiato dallo stesso effetto ove non si procedesse prima a modificare il meccanismo della progressività per scaglioni. In sua vece, andrebbe applicata direttamente una tabella della progressività nel continuo” in cui a ogni livello di reddito corrisponde un livello di “aliquota media” (e non di “aliquota marginale” come  nell'attuale sistema); un metodo che consente di praticare una manovra di riduzione di aliquota per alcuni redditi, senza dover subire l’”effetto indesideratoin favore dei contribuenti con reddito superiore. Nell’ipotesi di una riduzione, poniamo di 6 punti %ali, nella tassazione dei redditi tra 40mila e 60mila euro (gravati dell'aliquota marginale del 39%), l'attuale sistema comporterebbe un costo complessivo per l'Erario di circa 3 Mld, di cui solo la metà andrebbe ai circa 1,5 milioni di contribuenti aventi redditi compresi nello scaglione; l’altra metà andrebbe alla riduzione d'imposta per i circa 1,2 milioni di contribuenti aventi redditi superiori a 60 mila euro, producendo, peraltro, un effetto regressivo sull’unica imposta progressiva del nostro sistema. La questione della progressività del sistema fiscale prevista dall'art. 53 della Costituzione repubblicana meriterebbe riflessioni molto più ampie rispetto al problema sollevato in queste brevi note. In ogni caso, pur sorvolando anche sull'opportunità di diminuire ulteriormente la già drasticamente ridotta progressività dell'imposta personale (aliquota marginale massima scesa dal 72% originario al 45% attuale), i calcoli esposti richiamano la nostra attenzione sulla inidoneità della progressività per scaglioni a operare aggiustamenti di aliquote, specialmente al ribasso, in funzione delle esigenze della situazione sociale contingente. La soluzione del problema della manovrabilità al ribasso delle aliquote per le classi di reddito più basse risiede nell'abbandono del metodo per scaglioni e nell'adozione di una scala della progressività fondata sulle “aliquote medie”, la cosiddetta “progressività per classi”, adottata dalla Germania e dal Canton Ticino. Questo metodo prevede una progressività espressa da una curva continua, ove a ciascun livello di reddito corrisponde un'”aliquota media, la cui applicazione  consentirebbe di effettuare spostamenti nella scala della progressività, senza dover subire conseguenti onerose dispersioni di risorse assorbite da “obiettivi non desiderati”.


Franco CAVALLARI

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