GIALLO A VERBANIA 13

Quando vi giunsi salii nella mia camera, mi diedi una ripulita e poi ridiscesi nell’atrio. Qui giunto Trovai la giovane donna conosciuta in mattinata.

- Buonasera! – salutò allegra. – Ci sono novità?

- Forse. Avrei bisogno di mettermi in contatto con i proprietari dell’ex albergo Diana. Sa dove 

  potrei trovarli?

- Certo. Abitano qui in Castagnola, in una bella villa a poca distanza dal collegio Santa Maria.

- Come si chiamano?

- Si chiama – poiché è ormai vedova – Martinelli. Sara Martinelli. E’ stata la proprietaria dell’al-

  bergo  per più di quarant’anni, fino a una quindicina d’anni fa.

- Hanno chiuso per raggiunti limiti di età?

- E anche per non raggiunto limite di clienti, visto che di turisti da loro ne transitavano sempre  meno.

- Per quale ragione?

- Forse perché qui a Verbania il turismo è più da visita giornaliera, o da affitto di case, oppure da

  frequentazione di campeggi.

Annuii. – Va bene, grazie. Andrò a fare visita alla signora Martinelli.

- A più tardi, allora – mi congedò lei con un sorriso che mi parve un congedo anch’esso, e che alla luce di quello che di lì a poco mi sarebbe accaduto, avrebbe avuto un suo significato.

Uscii e mi diressi a piedi lungo la strada in leggera salita che portava a quella costeggiante alcune sontuose ville, tra cui la villa dell’ex medico Rivolta, da me conosciuto molti anni prima. Sembrava essere abitata, forse dagli eredi o forse da nuovi ed estranei proprietari. Sulla sinistra, più in giù, si trovava un collegio femminile. Poi, la strada risaliva sulla destra fino a raggiungere il collegio Santa Maria e ad aggiungerlo al collegio precedente, perché quella era una zona che di collegi od orfanotrofi ne aveva sempre avuti non pochi. In un alternarsi di sali e scendi la strada mi condusse a una villa a due piani, di foggia ottocentesca, una commistione di fredda pietra e caldo legno, di triste color grigio e allegro color marrone. Il silenzio da essa emanato si uniformava con quello presente nel giardino, e un che di funebre permeava l’aria, perché va bene la quiete ma quella era forse un po’ troppa. Tutto questo lo intravidi tra le sbarre del cancello, le quali da una certa distanza parevano essere le corde di un’arpa non più pizzicate dalle agili ed eleganti dita dell’arpista poiché costei era ormai invecchiata e le sue dita atrofizzate dagli anni. Suonai io al suo posto: il campanello incastonato in uno dei due pilastri laterali concernenti un citofono. Una voce maschile ma non maschia, profonda ma non intensa, che faceva pensare a una voragine spalancata su un abisso privo di visuale, chiese chi ero.

- Mi chiamo Solmi. Sono un poliziotto privato di Milano. Avrei bisogno di parlare con la signora

  Martinelli.

- A quale proposito?

- A proposito dell’ex hotel Diana.

La risposta non arrivò subito. Forse doveva prima risalire lungo la rampa che dallo stomaco portava fino alla gola, una volta lì giunta affacciarsi e aspettare di scorgere l’importuno di turno.

- Aspetti un minuto – disse poi. – Vado a parlare con la signora.


Antonio Mecca



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