GIALLO A VERBANIA 17

Tornai gradualmente in me, dopo un’assenza non saprei dire di quanto tempo. Avevo avuto la sensazione, nello sprofondare in quella sorta di vuoto pneumatico, di discendere i gradini di una rampa di scale lunga, buia e umida, pericolosa perché priva di luce, di appigli, di sbocchi. La testa mi faceva male, come se tutto il mondo che una mente contiene cercasse di evadere da quegli spazi angusti per espandersi nei vuoti sconfinati dell’universo. 

Aprii gli occhi con sforzo. Nello stato di semioscurità che mi avvolgeva, come un bozzolo che impedisce alla farfalla di volarsene via, riuscivo a scorgere qualcosa intorno a me tale da farmi pensare di trovarmi in una stanza stretta e poco lunga, sdraiato sopra un letto o una branda, le mani legate ai polsi con una corda, la bocca tappata da un fazzoletto annodato dietro la nuca, al pari della parte inferiore della faccia di un rapinatore in procinto di entrare in azione. Un’azione cattiva. In realtà ero stato io ad essere rapinato, rapinato della mia libertà e di lì a poco della vita stessa. Tentai di muovere le gambe, ma non vi riuscii. Erano legate insieme da una catena chiusa da un lucchetto. Scoprii di essere ancora completamente vestito; scorgevo le scarpe ai piedi con le punte rivolte all’insù, e le mossi ora a destra ora a sinistra, come i tergicristalli di un parabrezza bagnato dalla pioggia. Osservai la scarpa destra, per poi sollevarmi a sedere sul letto. 

Di lì a poco la porta della stanza si aprì e ricomparve Guido, lo scimmione.

- Sei nuovamente sveglio? – esclamò. – Meglio, così potrai vivere i tuoi ultimi istanti senza perderti nulla.

Non potevo replicare a quel vecchio farabutto così come avrei voluto, dato che avevo la bocca tappata. Dietro di lui si palesò un’altra figura maschile, un uomo più giovane ma non meno brutto. Il rollio che avvertivo mi fece capire di trovarmi a bordo di una imbarcazione a motore. Di lì a qualche minuto un motore a scoppio fece sentire il suo rumore, e quello che doveva essere un motoscafo fuoribordo si mise in movimento. La luce lunare illuminava dolcemente ciò che mi riusciva di vedere: l’interno della cabina, le due figure maschili, il mio corpo che a differenza del loro era privo di libertà. Mi ero già trovato altre volte in situazioni simili, sebbene per mia passata fortuna, non troppo spesso. Fino a quel momento mi era riuscito di venirne sempre fuori, sebbene sapessi anche allora che non poteva ripetersi ogni volta. Avevo fatto male a non avvisare gli inquirenti di quanto avevo scoperto, ma era stato più forte di me. 

Mi venne in mente il finale di un film western riguardante la figura del pistolero Wild Bill Hickok, il quale si diceva amasse camminare sempre nel mezzo della strada principale anche quando questa era fangosa, evitando i più comodi porticati perché desideroso di apparire spavaldo, coraggioso e temerario. Wild Bill era stato assassinato con un colpo di pistola alle spalle mentre era intento a giocare a poker. Io invece mi ero giocato la carta che tenevo nella manica e con essa la mia vita.

Antonio Mecca

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