GIALLO A VERBANIA 22

Il poliziotto, mentre i due criminali venivano ammanettati dai suoi colleghi, mi disse:

- Doveva avvertirmi che era armato.

- Se lo avessi fatto, come si sarebbe comportato?

- Le avrei tolto la pistola.

- Per cui ho fatto bene a non dirglielo.

Lui evitò di commentare. Dopodiché ordinò ai suoi uomini di perquisire la casa. Al piano superiore, in una delle tre stanze presenti trovammo anche la vecchia padrona di casa. Stava seduta ritta nel letto, appoggiata con le spalle alla testiera tramite l’ausilio di due cuscini. Fissava la parete opposta come se il suo sguardo la attraversasse al pari della luce di un proiettore lo schermo di un vecchio cinema. Rivedeva forse il proprio passato, quel passato che non era per lei mai stato concluso definitivamente. 

- È riuscito nel suo intento, a quel che vedo.

- Per il rotto della cuffia – precisai. – Quella cuffia che dovrebbe portare calata sulla bocca, per evitare di far fuoriuscire il veleno delle sua parole. Il sorriso si interruppe.

- Sono stata giovane all'alba di un nuovo mondo – disse. – Quando c'era ancora la speranza che tutto mutasse in meglio. Ma è stato il mutare di pelle di un serpente, che sempre resta uno schifoso rettile. I soliti compromessi, le sempiterne manipolazioni della verità e la ripresa della sottomissione della povera gente.

- Quelle ci saranno sempre – replicai. – Comunque una democrazia l’abbiamo ugualmente avuta, senza scivolare dal luridume nero per impantanarci in quello rosso.

La donna non replicò. Venne quindi fatta uscire dal letto e: una volta rivestita, anche da casa.


Antonio Mecca


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