Giallo a Verbania 7


Fattami indicare la sede del quotidiano locale la raggiunsi. Si trovava nei pressi della stazione ferroviaria, quasi che in caso di necessità la direzione avrebbe potuto saltare sul primo treno transitante per fuggirsene lontano, magari nella confinante nazione svizzera. La palazzina che lo ospitava era una moderna costruzione a tre piani in vetro e plastica, e faceva pensare a tanti occhi di vetro protetti da lenti di plastica scura. Sul tetto era presente una parabola che ricordava: grande e concava com'era, la pista parabolica percorsa dai ciclisti durante una gara il cui traguardo doveva essere uno striscione sotto il quale strisciare come sotto la forca caudina di duemila anni prima. 

Suonai il campanello provvisto di videocitofono e una voce femminile ancora giovane, fresca e vivace chiese chi fossi. Rivelai con una voce maschile ancora vivace che ero un investigatore privato desideroso di consultare qualche numero arretrato del loro giornale.

Parve impressionata, quasi fosse una vecchia pellicola impressionata dalla luce. La luce della verità. 

- Va bene – acconsentì. - Salga pure. Terzo piano. – Dopodiché sbloccò la porta con un segnale elettronico. La spinsi, imboccai la scala di fronte, diretto al terzo piano. Qui giunto mi ritrovai in un lungo corridoio che portava a una sala dalla quale si intravedeva un vasto tavolo in legno chiaro. Erano presenti cinque donne, una delle quali si alzò per venirmi incontro. Era ancora sufficientemente giovane da poter venire appellata con il termine di signorina. Mi accolse con un sorriso smagliante.

- Buongiorno – salutò tendendomi la mano sul cui anulare destro spiccava una fede nuziale a garanzia di un matrimonio. Da una delle stanze alla mia destra uscì un uomo. Sui quarantacinque anni, come l’omonimo micidiale calibro, ma invece di un proiettile ad alto grado di perforazione sparò un “Salve!” che non mi colpì più di tanto.

- Buongiorno – replicai.

Lui mi tese la mano da intellettuale che l'utilizzo attuale del computer preserva ancora più che in passato dai calli ai polpastrelli causati dai duri tasti delle antiquate macchine per scrivere. 

La donna che mi aveva accolto si accomiatò con un sorriso lieve, gentile ma di già distante dalle nostre cose terrene. 

Antonio Mecca

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