I BASTARDI NON MUOIONO - 1

Di Antonio Mecca

La notte era giunta al suo culmine. Pallide stelle brillavano lontane, offuscate da una leggera foschia che le rendeva simili a pupille velate dal pianto. Il pianto dei ricordi. 
La luce bianca ed evanescente dei lampioni sembrava sfaldarsi come il pulviscolo delle falene, come i sogni privati del colore della speranza. 
La strada costeggiava il lago sulla destra, mentre a sinistra una serie di case nuove o restaurate dal lifting di abili muratori, e intervallate da una vegetazione che sapeva di antico, di una natura un tempo lussureggiante ora imbrigliata e addomesticata. I cambiamenti proseguivano con le facciate dei vecchi alberghi ridipinte come vecchie facce imbellettate, con la comparsa di nuovi bar, ristoranti e soprattutto con l’invasione di nuove quanto estranee perché straniere, e stranianti, insegne dai nomi anglicizzati. Soltanto la luna, tonda e argentea come un tempo, pennellava l’acqua del lago di luccicanti festoni simili a strisce di carta moschicida, su cui i pensieri si invischiavano al pari di stupidi mosconi. 
L’autunno avanzato rendeva i platani del lungolago privi di gran parte delle loro ormai inutili foglie, e i rami nodosi parevano dita deformate dall’artrosi, mani di dannati fuoriuscite dall’inferno ad artigliare la luce e la vita perdute.

L’auto si fermò nel parcheggio antistante l’imbarcadero, a quell’ora occupato da una mezza dozzina soltanto di auto. L’uomo spense il motore, restò qualche minuto ancora dietro al volante e attese che anche la sua mente si arrestasse, smettendo di inseguire il passato. Ma era il passato che inseguiva lui, tallonandolo da presso da troppo tempo ormai.Scese dall’auto, richiuse la portiera e si incamminò lungo la passeggiata del lungolago.
Era un individuo sulla settantina, alto e robusto, la faccia dura e fredda, la bocca piegata da una smorfia di amarezza; come se avesse assaggiato il calice dell’esistenza fino al suo torbido fondo.

Indossava un soprabito scuro e sulla testa portava un cappello con la tesa abbassata, ricurva come uno scivolo sul quale i ricordi dalla mente rotolassero giù fino nel profondo dell’anima, a macerare e a inasprire sempre più. Anche il viale era deserto. Sferici lampioni spandevano una luce giallognola, mentre le panchine in legno dallo schienale arrotolato come serrande di antiquate scrivanie sembravano attendere che i poeti della notte si accomodassero per mettersi al lavoro una volta ancora. Un tempo quel viale era stato più spoglio, più disadorno. Non c’erano ancora le rosee mattonelle di adesso, di roseo c’era però la speranza in un domani migliore. 

Le magnolie sul lato del viale adiacente la strada, ora come allora, emanavano un acuto profumo dolciastro che insinuandosi nell’anima evocava amori passati e ormai sepolti. Era l’odore della morte mascherato dall’alito delle piante, un profumo ingannatore come il sorriso di un assassino. Una fila di oleandri abbelliva la riva, mentre in mezzo al viale stavano mescolate fra loro magnolie con palme, dolcezza lacustre insieme a virilità tropicale. Il tutto creava un effetto strano, come la falsa mascolinità provocata da un paio di baffi sulla faccia effeminata di un invertito.

In fondo al viale, alla destra di uno spiazzo alberato, si trovava il mausoleo ai caduti della prima guerra mondiale - una costruzione in pietra grigia come una divisa militare caduta nella polvere. Sulle quattro pareti esterne, una dozzina di statue rosicchiate dal tempo e dalle ideologie raffiguravano soldati appoggiati ai loro fucili, sentinelle di un triste periodo. 

Al campanile della vicina chiesa batterono le tre. Il suono propagatosi dalle campane allo spazio libero da altri rumori aveva la sorda tristezza del martello di un fabbro picchiante stancamente sull’incudine vuota perché priva di lavori da eseguire. Adesso e per sempre.

L’uomo si avvicinò alla cancellata che circondava il mausoleo e la toccò. Il freddo del metallo gli si trasmise alla carne, il gelo dei ricordi gli penetrò nel cuore. Quanti erano stati i morti della sua guerra? E quanti ne aveva uccisi lui personalmente? Era stato giovane e puro, ma il cambiamento effettuato nel giro di pochi anni lo aveva sgomentato. Si era ritrovato maturo all’improvviso, suo malgrado; alla stessa maniera di una pianta imprigionata in una serra. Strappato alla natura, alla sua esistenza, era finito nella serra regolata da un manipolo di uomini scellerati. E alla fine nulla più era stato come prima, nulla più sarebbe stato come un tempo.

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