I BASTARDI NON MUOIONO - TERZA PUNTATA

- Alessandra… - mormorò. Lei gli si fermò di fronte, scrutandolo con quegli occhi privi di vita e dando l’impressione di non averlo mai visto prima di allora. Ma questo poteva spiegarsi col cambiamento causato dagli anni, perché l’uomo era invecchiato, e lo sapeva. Poi la donna mosse le labbra per parlare, e la voce che ne uscì - quasi in un ritardo da playback male sincronizzato – evocò il suono che produce la pioggia sulle foglie degli alberi, schioccante e monotono, malinconico e ineluttabile.
- Sei tu… - gli disse. – Dopo tutti questi anni…
- Sono io - confermò l’uomo con voce che sembrava cercare di convincere più se stesso che la donna. 
- Il tempo mi ha cambiato, Alessandra; tu invece sei la stessa di allora. Come è possibile?
- Il tempo trascorre soltanto per chi vive - rispose la donna sempre continuando a guardarlo come se non lo vedesse. - Io ho smesso di vivere da molti anni, ormai.
Lui le sfiorò il braccio, quasi per assicurarsi che di fronte c’era una donna in carne e ossa, e non invece uno spirito quale il suo atteggiamento induceva a credere. La donna si ritrasse a quel contatto come se fosse stata sfiorata da un cavo ad alta tensione.
- Non mi toccare! - sibilò. - Non mi devi toccare, bastardo! Mai!
L’uomo provò a quelle parole una morsa allo stomaco che lo fece star male, fino a vacillare.
- Perché, Alessandra? Cosa vuoi da me? – chiese, quasi implorante.
- La tua vita – rivelò lei. – La tua sporca, lurida vita.
Lui comprese di trovarsi di fronte una folle, una donna priva della ragione.
- Hai ucciso un uomo che ti era amico per portargli via la donna - continuò lei. - Hai tradito e ora pagherai.
- Tu non sei Alessandra - mormorò l’uomo.
- Hai ucciso mio padre e sei stato la causa della morte di mia madre - disse la donna. - Te la sei cavata finora soltanto perché non sapevo dove eri finito; credevo fossi morto. Ma i bastardi non muoiono. Non di morte naturale, per lo meno.
- Tu… sei la figlia? La figlia di Alessandra?
Lei sorrise. Un sorriso duro e spietato. Un sorriso che era una conferma e al tempo stesso una sentenza. Una sentenza di morte. Poi si voltò e prese ad allontanarsi nella direzione dalla quale era venuta. In quell’istante risuonò uno scalpiccio. L’uomo si girò di scatto, i sensi già in allarme, l’antica sensazione di pericolo provata tante volte in stradine buie, o in locali equivoci, a tu per tu con sorridenti quanto infide carogne pronte a scannare senza pensarci su due volte. Qualcuno stava per piombargli addosso. Due giovani, armati di coltello, che con un balzo all’indietro evitò di stretta misura, mentre la mano si tuffava rapida all’interno del soprabito. Il freddo calcio della pistola parve infondergli altrettanta freddezza, una sicurezza paragonabile alla stretta di mano di un adulto che rassicuri un bambino. Con un calcio al basso ventre colpì l’assalitore più vicino, mentre sul secondo spianò l’arma intimandogli di fermarsi. Quello però non gli diede retta e continuò nel suo slancio, i denti scoperti da un ghigno demoniaco, gli occhi velati di lucida pazzia. Premette il grilletto. Un sordo fragore si ripercosse nell’aria, quasi il botto finale di un razzo pirotecnico che si aprì sulla fronte del sicario in una rosa di sangue. L’altro teppista si rialzò, affondando il suo coltello di striscio nella gamba destra dell’uomo. Questi sparò una seconda volta, e la testa dell’assalitore si scoperchiò facendo fuoriuscire sangue e materia cerebrale. 
Lentamente, il vecchio poliziotto si rialzò. Dallo squarcio sulla gamba del pantalone usciva sangue, e la ferita cominciava a bruciare. Per qualche istante restò con la 45 puntata verso il nulla, come in attesa che da questo nulla si materializzassero altri demoni. Poi rimise l’arma nella fondina, tolse di tasca il fazzoletto e ne fece una benda che annodò attorno alla ferita stringendo con forza. Zoppicando si incamminò verso l’imbarcadero sempre immerso nella quiete più totale. Salì sulla sua auto, avviò il motore e lasciò quel luogo incantato e maledetto. Costeggiò il lago per un chilometro, giungendo infine a un bivio. La strada sulla sinistra, stretta e in salita, era quella che portava in Castagnola. L’uomo prese quella direzione e a velocità limitata percorse la stradina affiancata sui due lati da ville e giardini entrambi antichi, sui quali la pallida luce lunare creava una dimensione di irrealtà, uno sfondo da palcoscenico prima della rappresentazione. La casa di Alessandra era la più fatiscente. Sembrava che l’unica mano di intonaco che avesse ricevuto risalisse all’epoca lontana in cui era stata ultimata. Il bianco della facciata, là dove ancora era presente, si era tramutato in grigio polvere. Le persiane erano rinsecchite come ali di farfalle defunte da tempo, falene che la morte aveva stroncato al crepuscolo, prima che potessero innalzarsi a raggiungere i loro sogni intessuti con la seta dei propri bozzoli giovanili. Il giardino antistante la villa era invaso da erbacce e da rifiuti di vario genere. Da una finestra del secondo piano una luce giallastra, malsana, pareva il sorriso malato di un essere giunto alla fine dei suoi giorni.

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