I DUBBI DI DEBBIE 7

Il giorno dopo Paolo chiese e ottenne un incontro con Alessandra Minieri, la produttrice in capo della fascia destinata ai ragazzi. Salì quindi fino al suo ufficio, situato all'ultimo piano del palazzo tutto vetro e plastica di Segrate. Anche il corridoio sul quale l'ufficio si affacciava era diverso da quelli sottostanti, perché più silenzioso, più scarso in quanto a transito di persone, più rispettoso nei confronti dell’alto personaggio che ospitava. Alto per modo di dire, poiché Alessandra Minieri era di statura intorno al metro e sessanta scarso, che i tacchi alti a sufficienza la innalzavano come statura all'efficienza di un metro e settanta, settantadue senza costringerla a camminare con la malagrazia che molte donne non si preoccupano di nascondere. 

Per fortuna che la sua cara Debbie era abbastanza alta -un metro e settanta al naturale- per non avere complessi di sorta. 

Arrivato dunque davanti alla porta della papessa si fermò, e picchiettò il vetro superiore con le nocche della mano, quando invece avrebbe voluto adoperare l’arto inferiore il piede, che molti desideravano sferrarle sul posteriore. 

- Avanti! - autorizzò una voce dal tono autorevole.

Paolo aprì ed entrò. Nell’ufficio grande a sufficienza da poter sostituire agevolmente un bilocale, vi era posto per due scrivanie una delle quali non occupata, una serie di classificatori contro le pareti, un grosso televisore extra piatto, un frigorifero dove probabilmente la signora metteva a congelare la sua serie di sorrisi raggelanti, un armadio e una videoteca riportante DVD ma anche vecchie e superate videocassette.

La donna che lo accolse con un sorriso di benvenuto caldo come l’esterno di un igloo e tiepido come il cuore di un usuraio era sui quarant’anni, bionda platino forse perché nella sottostante mente il pensiero dell’oro era costante e si trasmetteva all’esterno, occhi verde acqua marina come il mare che ospita le sirene. Sirena che lei non era e mai avrebbe potuto con il suo canto e con il suo incanto sedurre i marinai che solcavano lo specchio d'acqua dove loro nuotavano. Al massimo poteva considerarsi un girino, in attesa di mutarsi in rana o in rospo. Il naso era di dimensioni regolari e sapeva ben annusare perché ben provvisto di fiuto tanto da prevedere i futuri successi o insuccessi della rete; la bocca: piccola e sottile, faceva uscire le cattiverie più sottilmente perfide, umettate dalla saliva che era il suo modo di sputare sulla dignità altrui.

Estate e inverno portava una camicia scollata che le metteva in mostra la parte superiore di un seno dall’aspetto interessante. 

Paolo avanzò con passo calmo e in apparenza sicuro, sorridendole con gentilezza.



Antonio Mecca

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