IL GIOCOLIERE DELLA LETTERATURA - 1

Era solito, lasciando la Svizzera dove da molti anni risiedeva, raggiungere in auto la Francia. Qui era nato e vissuto per alcuni anni e mai aveva abbandonato con la mente e il cuore. Un cuore malato che doveva sottoporre a visita cardiologica almeno una volta l’anno. Lione, Parigi; ma anche, e soprattutto Jallieu, Saint-Chef, Les Mureaux. Soprattutto in questi tre paesi era solito tornare, sperando di non incontrare nessuna delle sue vecchie conoscenze. Perché erano troppe le emozioni, i ricordi, le sensazioni che lo sommergevano letteralmente per doverle condividere, diluendole, con altri. Aveva bisogno della propria famiglia poiché nella famiglia si sentiva amato e protetto, ma aveva bisogno anche della solitudine perché solo in essa ritrovava davvero sé stesso. Era stato sempre solo, se non si contavano i momenti condivisi con amici: pochi, e compagni di scuola: molti. Ma sia gli uni sia gli altri, per lui non avevano contato più di tanto. Poi c'erano state le ragazze che aveva avuto modo di frequentare e, due di loro, sposare.

Le ragazze gli avevano dato molto, perché è nel rapporto con l'altro sesso che ci si realizza, che si scopre se stessi, il mondo e una parte del mistero che da sempre e per sempre lo avvolge e coinvolge. Ma nella sua solitudine: disperata talvolta, ammaliante spesso, lui si sentiva a proprio agio. Perché in quei momenti era libero di pensare, di costruire mentalmente storie che poi avrebbe fatto confluire nei propri romanzi rivivendole sulla pagina scritta, quasi le avesse vissute in prima persona.

Quando era ragazzo a Jallieu, paese nel quale era nato distante da Lione una trentina di km, il luogo prediletto per le sue passeggiate solitarie si trovava poco lontano da casa sua, dietro l'antica e bella chiesa romanica, nei pressi delle officine Renault e del giardino pubblico. Lui allora era solito costeggiare questa costruzione, ascoltando i rumori prodotti dai macchinari azionati dagli operai, e gli odori pesanti che le macchine producevano e disperdevano nell'aria: grassi meccanici, frizione di metallo su altro metallo, odore di pneumatici, che mescolandosi ai profumi della natura componevano una fragranza in grado di incantarlo e indurlo a sognare. Perché era un sensuale, il giovane prima e il maturo poi Frédéric Darc, sempre in ostaggio del mondo circostante e della fantasia da esso scatenata, spingendolo ad architettare trame intricate che poi il proprio eroe avrebbe dipanato riportando la situazione a prima dello stravolgimento operato dal delitto. Un po’ come nelle opere di Agatha Christie, quando Poirot o Miss Marple riuscivano ad afferrare il bandolo della matassa e con pazienza e intelligenza a sfilarlo per poi risalire al capo opposto.

Frédéric, prediligeva però i polizieschi di stampo americano. Nato al principio degli anni Venti, era cresciuto in concomitanza con quel genere che aveva trovato nell’America degli anni ruggenti la propria ragione di essere. Poliziotti violenti e dal grilletto facile, gangsters crudeli e privi di scrupoli, donne bellissime dalla moralità bassa prediligenti il lusso e tutto ciò che questo comporta. Dall'altra parte c'erano altre donne e altri uomini, che la miseria e la povertà e il duro lavoro tenevano relegati ai margini della Società, non consentendo loro di lasciare quel tipo di esistenza priva persino di un orizzonte verso il quale tendere lo sguardo, orizzontale come un cadavere pronto per essere calato nella fossa. In mezzo a costoro si trovavano gli investigatori privati, solitarie figure di uomini forti e coraggiosi, protagonisti di vicende violente che dovevano risolvere con l’astuzia ma anche e soprattutto con la forza fisica e con quella delle armi da fuoco. Appartenevano ad agenzie di polizia privata come la Pinkerton, trasfigurata nella Continental dall’ex detective Dashiell Hammett, oppure come il Sam Spade sempre di Hammett. Ma, soprattutto, come il Philip Marlowe di Raymond Chandler, che insieme ad altri colleghi di Marlowe quali Dalmas, Carmady, Evans percorrevano le strade della California nelle vicende che li vedevano protagonisti armati di coraggio, di ostinazione e soprattutto di ironia, l’arma che l’intelligenza mette a disposizione solo di certe persone in genere sole. Era in loro che Frédéric più si identificava, nella loro indipendenza e solitudine, nel fatto che privi di appigli nonché di legami sentimentali procedevano a testa alta con l'orgoglio che l'onestà garantisce a chi sa di percorrere l’esistenza privo di compromessi. Il giovane Fred: imbevuto dei tanti classici letti nel suo recente passato spintovi dalla nonna paterna lettrice avida ma donna generosa che sapeva infondere in quel nipotino timido, cagionevole di salute e privo di voglia di studiare, l'interesse per la letteratura francese e non solo francese, che accendeva in lui fuochi che lo riscaldavano e rinsaldavano nei suoi progetti futuri. Uno dei luoghi che il ragazzo prediligeva nelle sue solitarie passeggiate era la chiesa del paese, un antico edificio risalente alla notte dei tempi e dei templi, composto di grosse pietre squadrate e di un campanile provvisto di orologio. Lui entrava quasi quotidianamente in questo tempio di giorno sempre aperto a scacciare la notte sempre incombente per chi è privo di fede, e percorreva il corridoio della navata centrale andando poi a sedersi nei banchi delle prime file, vicino all’altare e soprattutto lontano dalla porta di ingresso, lasciandosi avvolgere e coinvolgere dalla luce esterna filtrata dalle grandi vetrate e potenziata dai suoi colori accesi.

Antonio Mecca

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