IL GIOCOLIERE DELLA LETTERATURA 44

I Darc avevano prenotato già dal mese prima, per un soggiorno di una settimana. Avrebbero trascorso lì l’ultimo dell’anno, raggiunti dalla loro figlia più i figli avuti dai precedenti matrimoni, due maschi e una femmina con i loro rispettivi coniugi e figli. Una vera e propria tribù, che si radunava al completo solo in

occasioni particolari. E quella lo era, perché oltre ad essere in concomitanza con l’ultimo giorno dell’anno lo era anche con l’ultimo anno del secolo nonché del millennio, e: di lì a due anni, con la fine del franco francese sostituito dall’avvento dell’euro. La moneta unica avrebbe unificato come unica anche l’eterogenea popolazione dell’Europa, rendendola competitiva con le grosse potenze mondiali. Ma, anche, più diluita come sarebbe diventata perdendone in parte l’identità delle varie nazioni che la compongono.

Arrivati al molo il tassista fermò l’auto e scaricò poi i bagagli; quindi accettò di buon grado la buona mancia aggiuntiva al pagamento della corsa. Uno scafista si avvicinò loro, e la donna gli disse dove intendevano recarsi. L’uomo invece stava zitto, perché intento a pensare a una sua inchiesta scritta più di vent’anni prima, e ambientata proprio nella Serenissima. Se la era portata appresso intenzionato a rileggerla durante i giorni di permanenza lì. Gli piaceva rileggersi. Era come fare un tuffo nel passato, l’immersione in un liquido avvolgente tesori e sirene lì piazzati e illuminati dalla luce caldamente affettuosa della memoria.

Era pure consapevole che quello con ogni probabilità avrebbe rappresentato il suo ultimo soggiorno non solo in quella città magica, ma anche su quella Terra che magica lo era soltanto fino a un certo punto.

Gli dispiaceva, naturalmente, perché il desiderio di andare avanti e di vivere - anche e soprattutto per interposta persona - nuove avventure che la sua notevole fantasia gli elargiva da almeno mezzo secolo, era di certo grande. Ma d’altra parte il fatto di andarsene era pur sempre un sollievo.

“Noi non accettiamo la cessazione”, aveva scritto ventisei anni prima. Questo quando ancora non si è vecchi. Ma poi…

L’albergo li accolse e li avvolse nel lusso di sempre, e con esso i suoi dipendenti, che li riconobbero e li salutarono con calore. Scortati da un groom che portò loro i bagagli fino al quarto piano dove la stanza a loro assegnata si trovava, dopo averne preso possesso lui prese possesso anche della sua donna, perché oltre a desiderarla costantemente era l’aggiunta dell’eccitazione che sempre un viaggio gli procurava. E poi la lussuosa camera di albergo gli procurava anche la lussuria da condividere con la moglie.

Restarono distesi sul grande e comodo letto per forse mezz'ora, dopodiché si alzarono apprestandosi a uscire. Era passato mezzogiorno, e l’aperitivo nel caffè più famoso della città, il Florian di piazza San Marco, era d’obbligo. Per cui si recarono in bagno per concedersi una rinfrescata e quindi lasciarono camera e albergo. 

Marie Chevalier aveva preso una decisione: quella di lasciare Roma, temporaneamente, per approdare a Venezia. Quella città unica al mondo le piaceva da sempre, volendo definire con l'avverbio “sempre” la sua giovane età di 22 anni. Ma è che si sentiva più matura della sua età, anche perché intelligente a sufficienza da oltrepassare la mediocrità. Il suo acume le aveva fatto capire che il restare a Valencia l'avrebbe sottoposta a pericolo, e infatti così era stato. Ciò che era successo a quello stupido di Joseph lo stava a dimostrare, e la sua morte, per quanto in parte, le dispiacesse, per un'altra parte: grande, le aveva invece fatto piacere. Perché le evitava così di rischiare di vedersi piombare addosso la polizia da un momento all’altro.

Insieme al suo compagno del momento: un nordafricano pressappoco della sua età, belloccio e solidamente ben piazzato in quanto a virilità che aveva conosciuto a Roma nei giardini del Colle Oppio, la ragazza aveva deciso di recarsi a Venezia, città da favola per le persone sensibili che la sapevano apprezzare. Francis, il nordafricano, era un ragazzo intelligente che amava l'arte e sapeva apprezzare le meraviglie prodotte dall'ingegno umano. Certo, amava anche e soprattutto la cucina italiana, e le donne: italiane o straniere. E possibilmente ben messe anche per quanto riguardava la sistemazione economica. Tre requisiti per lui fondamentali che Marie possedeva integralmente. Per cui era un piacere stare con lei, e chi lo sa che in un futuro più o meno prossimo non ne avrebbe fatto anche la sua sposa. Dopodiché doveva decidere se fare ritorno in Algeria, suo Paese di origine, oppure restare in Italia, suo Paese di adozione. In un caso come nell'altro non intendeva certo che sua moglie manifestasse ancora la libertà che la caratterizzava. Un uomo - perlomeno un musulmano - che figura ci avrebbe fatto?

L’uomo deve precedere sempre di un passo la donna; questo secondo i precetti della religione. La sua, ovviamente. Per il momento si adattava, mordendo il freno.

- Ti piace, Francis? - gli chiese la bambolina, raggiante.

- È una bella città, sì - le rispose il suo macho approvando.

- Ci rimarremo una settimana, e potremo così visitarla in lungo e in largo. E poi, la notte del 31 dicembre,

assisteremo ai fuochi d'artificio sulla laguna. Vedrai che spettacolo!

Avevano preso alloggio in un albergo modesto situato nei pressi della stazione ferroviaria sul cui treno in partenza da Roma erano arrivati. L’albergo non era certo granché, anzi faceva proprio pena, con addirittura il bagno in comune situato nel corridoio e con solo l'ausilio di un lavandino nella stanza, ma altro non era stato possibile trovare e così avevano dovuto adattarsi. A lui non importava poi molto, animale com'era; a lei invece sì, ma non era questo un gran problema. L’africano aveva sempre voglia, per cui non appena si trovava solo con lei faceva faville. Erano lì già da quattro giorni, e sempre così era stato.

Antonio Mecca

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