IL GIORNALISMO FATTO IN PEZZI

Articoli, inchieste, interviste, viaggi in un volume di 800 pagine

Un grosso libro uscito di recente comprendente articoli e ritratti scritti - dagli anni Settanta fino agli anni Duemila - accolti da un volume di 800 pagine edito da Marsilio, scritti dal giornalista Massimo Fini, si propone ora all'attenzione dei lettori riproponendo pagine che destano interesse e ridestano a seconda dell'età di chi li legge piacere e ricordi di un tempo in fondo neppure troppo lontano ma che così appare a noi di quest'epoca nella quale dieci anni valgono cento perché la corsa tecnologica ha travolto e stravolto le popolazioni occidentali fino a far credere loro che il passato altro non era che un'Era poco più in là di quella della Pietra, dove il sasso lanciato dalla fionda di Davide sul gigante Golia sconfiggeva i mostri umani con l'astuzia e la velocità.
Massimo Fini, nato in provincia di Como il 19 novembre 1943 e cresciuto a Milano ha trovato il suo giusto spazio su molti giornali, da "Il Giorno" a "L'indipendente", da "La Domenica del Corriere" a "L'Europeo", da "Il Fatto Quotidiano" a "Il Borghese". 
Il libro si intitola: "Il giornalismo fatto in pezzi", titolo perfetto il quale consta di oltre cinquanta lunghi articoli, inchieste, interviste, viaggi che toccano Mosca e New York, il Sud Africa e il Giappone, Israele e l'Egitto. E poi interviste a Susanna Agnelli poco dopo che questa aveva scritto il suo best seller autobiografico "Vestivamo alla marinara", 1975, o ad Angelo Rizzoli Junior poco dopo essere stato abbandonato dalla giovane moglie Eleonora Giorgi, per concludere con due articoli- intervista fatti a Pasolini poco dopo avere diretto "Il fiore delle mille e una notte" e poco prima di venire selvaggiamente ammazzato, concludendo così una esistenza oscura che nel buio di quella notte all'idroscalo di Ostia ha avvolto nel buio, definitivamente, anche il mistero della sua morte violenta, facendo da contraltare: 16 anni dopo, al suo "Una vita violenta".

P.P.P. come lo chiamava spesso Giuseppe Marotta nelle sue splendide recensioni cinematografiche che di spesso perché di alto spessore descrivevano film, registi, attori degli anni dalla metà dei Cinquanta ai primi Sessanta ebbe con lui una diatriba riguardante un film: di Franco Rossi, con lui anche collaboratore del soggetto, che sfociò poi in una quasi violenza verbale.
Nelle pagine finali Massimo Fini parlando del delitto Pasolini parla anche di Oriana Fallaci, giornalista e scrittrice di grande vaglia ma anche fornita di inventiva intesa come invenzione, che se per un romanziere è fondamentale, per un giornalista che dovrebbe attenersi ai fatti non sempre è da auspicare. Perlomeno per noi lettori. Perché il ricamare sulla morte di un amico ("Morte di un amico" è il titolo del film di Franco Rossi) non fa onore alla grandezza di chi oltretutto grande già lo è. Ho avuto il piacere di conoscere Massimo intorno al 1986, in una osteria sui Navigli per una cena di fine produzione organizzata dai produttori di "Big Bang", programma scientifico condotto da Jas Gawronski, ex giornalista Rai. Anche Fini era stato invitato, ma io non lo riconobbi subito. Quando però appresi chi era, allora io: che lo leggevo già da tempo sulle pagine di una "Domenica del Corriere" di recente rinnovata, gli mostrai tutto il mio entusiasmo per come scriveva, e lui capì che ero sincero. Poi, a cena conclusa, avendo saputo che abitavo a Greco, si offrì di accompagnarmi sulla sua vecchia 127. Io accettati e - una volta giunti sul ponte che sovrasta la ferrovia - volle fermarsi e scendere, perché gli piaceva vedere le luci dei lumini del cimitero sottostante che sfavillavano come anime in pace nella notte in pece. Rimanemmo lì per un po', in religioso silenzio; poi risalimmo in auto e - di lì a un paio di chilometri - io scesi perché arrivato a casa. Lui proseguì, presumibilmente verso casa sua.
Da allora mi è capitato di rivederlo in Tv, ogni tanto ospite di Maurizio Costanzo, magari alla presentazione di qualche suo libro: "Nerone", "Elogio della guerra", "Il ribelle. Dalla A alla Z", "Il Conformista" e - naturalmente - di leggere i suoi articoli quando ne avevo l'occasione, ben sapendo che non si trattava di scritti d'occasione. Da alcuni anni Massimo Fini ha seri problemi di vista, come Luigi Manconi, come il vignettista Staino, come Andrea Camilleri, ma questo non gli impedisce - per ora - di non dire la sua quando gli capita, così come ha fatto nella bella e lunga prefazione di questo lungo e bellissimo libro che è "Il giornalismo fatto in pezzi".
Antonio Mecca

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