IL RACCONTO DELLE 22 Nadia - 3

La voce al telefono che rispose dopo il terzo squillo era quella di un uomo ancora giovane, il cui tono sicuro propendeva per una sicurezza anche economica o, soprattutto, per la sicurezza che un impiego bene accetto di solito comporta.

- Signor Baldini? - chiesi. - Mi chiamo Solmi. Sono un investigatore privato assunto da Nadia, la sua ragazza. Forse saprà già cosa Nadia sta passando da un paio di settimane a questa parte…

- Le telefonate anonime? Sì, lo so. Sono stato io a consigliarle di rivolgersi ai carabinieri.

- E anche a un investigatore privato?

- Questo più che altro lo ha deciso lei. Forse crede alla potenza che voi poliziotti privati detenete sulla carta e sullo schermo.

- Avere a che fare con una credente rappresenta un punto di forza per noi investigatori. - Può concedermi un incontro?  Vorrei parlare con lei per qualche minuto.

Sembrò tentennare. Quindi rispose.

- Va bene, signor Solmi. Può raggiungermi qui al centro produzione Tv? A Cologno Monzese, beninteso.

- D’accordo. A che ora?

- Adesso sono le due… Facciamo per le tre, okay?

Mi dichiarai d’accordo. 

- Le farò avere un “pass” in modo che quando arriverà ai cancelli, mostrando i documenti alle guardie potrà riceverlo e passare.

- Benissimo. Per le tre, allora.

Tolsi la comunicazione e andai in un self service decente a mangiare un piatto di pasta seguito da frutta e caffè. Terminato il pasto salii in auto dirigendomi con andamento tranquillo lungo via Padova per raggiungere e imboccare il ponte che collega la periferia di Milano con quella di Cologno. La cittadella televisiva: da non confondere con la produzione Rai del 1964 interpretata da un Lupo da favola e da una Iena tanto sensibile e buona sullo schermo quanto scostante e antipatica nella realtà era sorta là dove un tempo lontano si trovavano alcuni studi cinematografici che avevano rappresentato la risposta: fiacca, allo strapotere romano. Intorno a loro erano stati costruiti una quindicina di teatri di posa che producevano quiz, varietà, talk-show. 

Il programma per il quale Nadia lavorava aveva preso avvio dodici anni prima, e dopo una partenza un po’ stentata si era guadagnato l’interesse del pubblico grazie ai suoi giornalisti d’assalto. 

Arrivato davanti ai cancelli una guardia giurata mi si avvicinò.

- Buongiorno - salutai. - Dovrebbe esserci un “pass” per me: sono Solmi.

Lui controllò all’interno del suo abitacolo.

- Sì - confermò: - eccolo.

Mi porse un tesserino plasticato raccomandandomi di parcheggiare l’auto fuori dalla cinta, in una via parallela chiamata Lumiere. Feci retromarcia e raggiunsi la via indicatami, all’estremità della quale si trovava un magazzino non collegato al centro televisivo. Tornai quindi indietro a piedi e raggiunta la portineria potei immettermi in un passaggio pedonale che sboccava su un piazzale al centro del quale una fontana lanciava i suoi schizzi gioiosi sul cielo azzurro, diluendolo in un grigio lavagna sporcata dal gesso. 

Diverse persone popolavano l’ambiente, mescolate tra maestranze e gente di spettacolo. Fra queste ultime riconobbi la cosiddetta regina del pomeriggio televisivo, che qualche tempo prima aveva intervistato Nadia e poi si era fatta prontamente fotografare insieme. Ricordavo quella immagine. La conduttrice, con lo sguardo di chi è uso navigare in acque infestate da pescecani dei quali il più feroce era proprio lei. L’altra, l’intervistata, che nello sguardo recava la serenità di una bomba disinnescata. Ma gli applausi erano quasi tutti per la prima, perché il mondo - quel mondo - va così. Chiesi a uno spilungone dallo sguardo assonnato dove si trovava la redazione del programma “Gli Sciacalli”. Facendosi forza indicò un palazzo tutto vetro e acciaio che svettava per venti piani riflettendo sulla sua superficie la luce del sole pomeridiano e il candore delle nuvole in cielo. All’interno chiesi una seconda volta, questa qui a un impiegato in divisa azzurra.

- Scusi, la redazione de “Gli Sciacalli”…

- Lei è…? - chiese con tono deciso.

- Solmi, investigatore privato - lo informai. - Ho un appuntamento con Luca Baldini.

- Adesso lo avviso. - Staccò la cornetta di un telefono fisso e compose poi alcuni numeri. Dopodiché rivolto al suo interlocutore disse:

- Qui è la portineria. C’è il signor Solmi.

Qualcosa gli venne riferito, a cui rispose con una mezza frase pronunciata a mezza voce:

- Va bene. Lo faccio salire.

Riagganciò e con tono da padreterno disse: - Può salire. Ottavo piano.

Ringraziai il dio in uniforme con un cenno del capo dirigendomi agli ascensori. 

Quando approdai all’ottavo piano mi ritrovai in un corridoio ultramoderno sul quale si affacciavano uffici dello stesso tenore, che cantavano con forza, la loro modernità. Un uomo mi venne incontro con il braccio destro teso e il volto solo in apparenza sereno.

- Signor Solmi! Luca Baldini, piacere.

Gli strinsi la mano esibendo un lieve sorriso.

- Venga - invitò nell’affiancarmi: - entriamo nel cuore dell’attività: il mio ufficio!

Salutò una donna che gli aveva rivolto un cenno di saluto ed entrò nella stanza. Lo seguii. 

- Sieda pure, signor Solmi - invitò indicandomi una sedia girevole al lato di una scrivania dietro il cui lato opposto un’altra sedia dello stesso tipo fu pronta ad accoglierlo. Mi sembrò di rivivere la replica di quello che già avevo vissuto al mattino, a Tele Naviglio. Sperando non vi fossero repliche anche nelle risposte.


Antonio Mecca

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