IL RACCONTO DELLE 22 - Nadia 1

La ragazza inquadrata sulla soglia del mio ufficio, come una tela da una cornice che non era palesemente la sua poiché lei era infinitamente più bella in quanto a qualità del dipinto, era alta o almeno così mi pareva, forse perché la sua magrezza un po’ eccessiva tendeva a slanciarla quasi a voler raggiungere il suo viso dai lineamenti delicati, la bocca stile bocciolo di rosa, gli occhi lucenti, i biondi capelli tagliati a caschetto. Dava l'impressione che il suo sguardo diretto fosse privo di doppi fini e doppi sensi, affidabile perché sincero. La riconobbi subito, poiché si trattava di un noto personaggio televisivo. Dimostrava una trentina d’anni o poco più dal punto di vista fisico e una ventina o poco meno dal punto di vista del viso ancora vicino almeno spiritualmente alla propria adolescenza, non ancora svanita del tutto.

- Buongiorno! - esclamò con la sua vivacità tipica accompagnata dall’altrettanto tipico suo sorriso. 

- Piacere. Nadia. Forse qualche volta le sarà capitato di vedermi in televisione…

- Effettivamente qualche volta mi è capitato. E devo aggiungere che nei servizi da lei realizzati ha sempre lasciato il segno.

- Spero non sia quello di Zorro - esclamò ridendo, - perché con la spada non sono certo abile.

- Eppure da come utilizza il fioretto per graffiare l’avversario non si direbbe.

- Deve essere una reminiscenza del mio lontano passato di frequentatrice del catechismo - replicò lei con l'effervescenza che la contraddistingueva.

- Entri - invitai. – Si accomodi pure.

Mi scansai quel tanto che occorreva da consentirle di poter passare nel mio ufficio, che era piccolo e modesto ma anche ordinato e pulito. Come pulita era lei: Nadia, sia fisicamente sia moralmente. Vestita con una blusa azzurra su camicia verde, indossava pantaloni rosso granata che non potevano definirsi esplosivi come una bomba del sesso ma - forse - erano rinfrescanti quanto e più di una granatina in un giorno d'estate, o di primavera come la sua età dimostrava. Quando mi fui seduto a mia volta, il suo sorriso diminuì, e una serietà che non le confaceva prese il posto sul suo bel volto.

- Signor Solmi, ho deciso di contattarla dopo essermi già rivolta ai carabinieri perché loro non sono riusciti a risolvere il mio caso.

- E lei pensa che se non ci sono riusciti loro ci potrò riuscire io?

- Perché no? So che lei è un uomo in gamba. Per cui tentiamo.

Mosse le gambe per allungarle, fino a sfiorare la base della scrivania sopra la quale tenevo appoggiate entrambe le mani. Sembrò allora che l'energia vitale che la contraddistingueva si trasmettesse in parte anche a me.

- Qual è il problema, Nadia?

Tolse di tasca uno smartphone e me lo indicò.

- Questo - fu la sua risposta. - Da diversi giorni ricevo messaggi minacciosi ovviamente anonimi che promettono di farmi fare una brutta fine. Senza spiegare il perché. Oramai sono già dieci giorni che questo accade e le assicuro che comincio a essere preoccupata.

- Si è fatta un’idea di chi possa trattarsi?

- Francamente no.

- Sono in molti a conoscere il suo numero di telefono?

- Una ventina di persone, forse. I miei familiari, il mio ragazzo attuale, quello di prima, alcuni amici stretti.

- Quello di prima… il suo ragazzo di allora: quando si è tramutato in ex?

- Saranno ormai otto - nove mesi.

- Il tempo necessario per mettere al mondo un figlio…

- Un figlio di…! - rise lei, anche se con tono amaro. - Perché non si è comportato bene nei miei

  confronti, preferendo farsi gli affari propri in un momento in cui avevo bisogno di lui perché

  ammalata. 

- E così ha deciso di mollarlo?

- È così. Sì.

- Lui come l'ha presa? – volli sapere.

Sollevò le spalle, che trasmisero il loro movimento anche al collo e alla graziosa testolina bionda.

- Non bene ma neppure in maniera tale da star male. D’altronde, credo avesse già a portata di mano una sostituta.

- Il che non impedisce che possa essere lui il lanciatore di SMS. 

- Sì, certo.

- I carabinieri cosa hanno scoperto?

- Che qualcuno possiede un telefono con una scheda rubata acquistata al mercato illegale. 

  Ma non è ancora possibile risalire al farabutto che mi invia minacce.

- O alla farabutta…

- Infatti. Potrebbe benissimo trattarsi di una donna. 

Tacemmo entrambi per qualche secondo. Poi fui io a riprendere il discorso.

- Che lavoro svolge il suo ex?

- È un piccolo produttore di una piccola Tv: Tele Naviglio, nella quale ho lavorato per cinque anni.

- E invece quello attuale?

- Un autore del programma giornalistico in cui lavoro da quasi dieci anni.

Le chiesi numeri telefonici e recapiti di entrambi, nonché la dislocazione di Tele Naviglio. Poi le richiesi lo smartphone, per esaminare il contenuto dei messaggi. Variavano di poco l'uno dall'altro, a partire dal primo: 

Finirai male, perché è questo che ti meriti”, fino ai successivi: “Non meriti altro che una brutta fine”, terminando con l'ultimo: “La tua fine si sta avvicinando. Pagherai per il male che hai procurato”

Quest'ultimo ricevuto solo due ore prima. Il primo invece il giovedì di due settimane addietro. All'incirca centocinquanta messaggi per una media giornaliera di dieci.

Sollevai lo sguardo sul viso della ragazza, che mi stava fissando con occhi lucidi, come ricolmi di pianto trattenuto. Ciononostante una luce di pura bontà, e di forte sensibilità, trapelava da loro. Mi chiesi come si potesse volere del male a una creatura simile. 

Poi le domandai:

- Se è sempre d’accordo nell’assumermi, accetto l’incarico. Prendo trecento euro al giorno, più le spese.

Annuì. 

- Sì, va bene. Rientra nelle mie possibilità. Sempre che l'indagine non si protragga troppo a lungo.

- Se non verrò a capo di nulla entro una settimana da oggi, sarò io stesso a consigliarle di interrompere.

La ragazza replicò con un sorriso che era la replica dei precedenti, e con negli occhi sempre quella luce di accesa sensibilità, disse:

- Mi fido di lei, signor Solmi.


Antonio Mecca








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