L'INDIMENTICABILE JAJA

Sin dall'infanzia era da tutti chiamata Iaia. Che poi con il tempo le due I si erano mutate in J, assumendo una connotazione più morbida, più felina. Lei: Jaja, si sentiva sì felina ma non gattesca, bensì di un livello superiore; una vera e propria tigre. Questo non per una ferocia insita in lei ma per una forza che nel suo lavoro la rendeva combattiva e non la fermava ai vari ostacoli che in quel gran circo che il mondo dello spettacolo spesso è doveva saltare o aggirare affinché il pubblico presente applaudisse divertito. Era una scrittrice, Jaja, una brava scrittrice autrice di canzoni, di sceneggiature cinematografiche ma soprattutto di commedie, spesso musicali, che talvolta scriveva da sola e talaltra in collaborazione, non di rado collaborazione fittizia perché i grandi del passato mal sopportavano di venire esclusi non tanto dei proventi derivanti dalla vendita dei biglietti ma della gloria che un nuovo lavoro spesso comporta.
L'avevo conosciuta nel dicembre del 2006, il giorno 17 di una domenica piovosa dove l'acqua scendeva dal cielo con dolcezza, rendendo il paesaggio sottostante fresco ma non freddo, così come la gente di Roma generalmente è, ironica e talvolta caustica, ma quasi sempre buona e sensibile. Appassionato da sempre alla lettura e alla scrittura, avevo deciso di conoscerla approfittando del fatto che il suo nome si trovava sull'elenco del telefono, e avevo scoperto che abitava in fondo alla via di Monte Brianzo, nei pressi del lungotevere e dell'Ara Pacis. L'appuntamento che la scrittrice mi aveva dato era intorno a mezzogiorno, e io: a mezzogiorno meno un quarto, non resistendo più nell'attesa visto che mi trovavo lì nelle vicinanze già da un tre quarti d'ora, avevo deciso di suonare il campanello. Lei aveva risposto, e quando aveva saputo chi ero, il tono della voce non mi era sembrato granché benevolo. Evidentemente presentarsi un quarto d'ora prima era considerato più da maleducati che non arrivare con un quarto d'ora di ritardo. Mi aveva comunque aperto il portone, indicandomi il piano: il terzo, dove alloggiava. Io, aggrappandomi alla scatola di cioccolatini e al libro di Giuseppe Marotta che le avevo portato in regalo mi feci coraggio. Trovai la porta di uno degli appartamenti semiaperta. Di lì a poco ecco apparire Jaja, una bella signora non molto alta e non più giovane che manteneva nella figura, nel volto e nella postura il ricordo della bellezza di un tempo. Colpivano i suoi occhi: intelligenti, luminosi, belli come l'omonimo poeta romano e che una poesia tutta sua sembravano infatti emanare. La casa, elegante come lei, e nel soggiorno dove mi fece accomodare erano presenti alcuni manifesti teatrali di spettacoli che portavano la sua firma o di film ai quali aveva collaborato. C'erano poi varie fotografie, una incorniciata di Renato Rascel che il grande piccoletto dello spettacolo le aveva dedicato. Piano piano entrambi familiarizzammo, e mi accorsi che aveva cominciato a prendermi in simpatia. Mi offrì un cocktail Margarita e insieme guardammo per alcuni minuti un film musicale americano in dvd, dato che quello era il genere che prediligeva. Parlammo entrambi sempre con vivacità, e fu così che trascorse lietamente più di un'ora. Poi dovetti accomiatarmi, visto che lei aveva un impegno. Mi chiese come me la cavassi nello scrivere sketch comici, perché aveva avuto la committenza per scrivere una commedia musicale incentrata sulla figura di Assunta Spina, personaggio reso celebre dallo scrittore e poeta Salvatore Di Giacomo. In capo a una settimana, tornato a Milano, scrissi tre sketch che le spedii per posta, e lei li giudicò buoni. Ma poi quel lavoro purtroppo sfumò, e così anche il mio sogno di collaborare con lei. Ci rivedemmo per alcuni anni ancora. Quando approdavo a Roma generalmente le telefonavo. E poi, come purtroppo nella vita accade, si ammalò di tumore, per  spegnersi di lì a poco.
Di recente mi è capitato di sognarla. Eravamo in una città che poteva anche essere Roma, sebbene priva di riferimenti ai suoi luoghi più celebri e celebrati. Era notte, e insieme camminavamo lungo le strade di quel luogo imprecisato come tutti quelli prodotti da una fantasia non imbrigliata. Io sapevo e non sapevo, nel sogno, della sua morte, e mi limitavo a camminare con lei con animo lieto. Cara Jaja, è stato un onore e un piacere conoscerti, ascoltarti e parlarti. Ricordo fra le altre cose da te dettemi una frase:
"Le donne da sole non stanno bene. Quando affermano il contrario, non dicono la verità".
Lei si era separata dal marito già da tempo, conservando il suo cognome e il figlio ormai adulto che l'aveva resa nonna, ma continuava a vivere sola eccettuata la presenza durante il giorno ed esclusi i fine settimana di un domestico che poi alla sera raggiungeva la sua famiglia. Ho avuto modo di appurare già da tempo della solitudine che impedisce alle persone dello spettacolo di muoversi agevolmente, rimanendo invischiate nella melassa dei ricordi e dell'irrealtà, malinconici per quello che era stato e per quello che avrebbe potuto essere, capaci di creare sogni che irretiscono le persone semplici facendo credere loro che è tutto oro quello che luccica ma incapaci di vivere con una dignitosa felicità.
Non si può avere tutto dalla vita, ed evidentemente la capacità di poter creare mondi fittizi è già un punto di grande livello che deve comunque appagare chi ne possiede la rara capacità. Rara come tu eri, Jaja, e come sempre ti ricordo.
Antonio Mecca

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