L’USCITA PROIBITA di A. Fancetti

QUINDICESIMA PUNTATA

Rubina scivolò silenziosamente dietro la coppia, sentì qualcosa di caldo e vellutato insinuarsi fra le sue gambe. Menelik andò quindi a strusciarsi sulla gonna di pizzo bianco della signora, mentre questa si apprestava a varcare la soglia del portone. 

- Vai via brutta bestiaccia! - sibilò l’uomo. Menelik si mise a soffiare con sfida, mostrando le fauci rosate e i dentini aguzzi, mentre il pelo gli si drizzava sul dorso facendolo apparire come un istrice demoniaco. Rubina approfittò di quella breve distrazione per uscire e si nascose furtiva in un angolo buio. L’uomo richiuse il portone e cingendo la donna alla vita, si incamminò lungo il viottolo. Menelik rimase seduto fra gli alti ciuffi d’erba scrutando Rubina con gli occhi luminosi. I signori Rossetti scomparvero ben presto voltando l’angolo in fondo alla strada. Menelik li seguiva silenzioso. La ragazza uscì allo scoperto avviandosi dietro al gatto… sapeva di essere tornata a mezzanotte proprio per questo. “Ovunque vada si ricordi di tornare” le parole di Giuliana Gallo le risuonarono nella mente. Rubina rimase subito colpita dall’odore intenso che regnava in quella parte della città. Un insieme di sentori ignoti di cibo e rifiuti e vegetazione umida e vagamente marcescente. Il vicolo proseguiva fiancheggiato da case vecchissime, le mura screpolate illuminate da un lampione decrepito coperto di ragnatele. La strada carrozzabile dove il vicolo confluiva ricordava Corso Garibaldi, anche se non vi era traccia dei prestigiosi negozi che Rubina aveva avuto modo di ammirare. Le botteghe dalle insegne colorate dipinte a mano, erano serrate da pesanti travi di legno annerite dalla fuliggine. Poco più avanti Rubina scorse l’entrata di un’osteria illuminata da una lanterna. Si avvicinò incuriosita. L’insegna ovale di legno dipinto in verde scuro, era ornata da grappoli d’uva di colore viola raccolti artisticamente intorno alla scritta “Dal Golot”. Sbirciò attraverso i vetri appannati all’interno della taverna. A un tavolo era seduta una donna gobba con un grosso naso e i piedi nudi e sudici. 

Un giovane dallo sguardo spento teneva la testa appoggiata sulle sue gambe. Altre donne russavano vicino a un tale che seguiva con lo sguardo il fumo della sua pipa. Un organetto faceva ballare una vecchia prostituta e un giovane soldato. L’oste, forse il famoso Golot, si aggirava fra la sua bieca clientela ritirando i boccali di metallo dai tavoli. Attraverso i vetri scorse il viso grazioso di Rubina e le sue folte sopracciglia si aggrottarono per la meraviglia. La ragazza corse via spaventata, inseguendo la sagoma bianca della signora Rossetti che intravedeva sempre più lontana. Camminò dietro la coppia fino a raggiungere le strette vie del centro sovrastate dalle guglie del Duomo. Menelik era scomparso da tempo. Alcune ragazze della sua età uscivano da angusti portoni, tutte vestite di bianco come la signora Rossetti, si riversavano nei vicoli oscuri in attesa dei clienti, che richiamavano con grida sguaiate e frasi in dialetto che Rubina non riusciva a comprendere. I Rossetti si infilarono in un portone appena più decorso e salirono le scale ricoperte da una passatoia di velluto rosso. Al primo piano tutte le finestre erano illuminate. Rubina sostò sul marciapiede indecisa se seguirli all’interno della casa. Fu la brezza pungente a convincerla a salire le scale e ad aprire la porta che cedette subito al suo tocco. La passatoia proseguiva lungo un corridoio, coperta di macchie e impregnata di odore di fumo stantio. L’atmosfera della casa era riscaldata da una grossa stufa a legna, si avvertiva un soffocante afrore dolciastro di corpi poco puliti. Sul corridoio si aprivano alcune porte, dietro le quali si udivano mormorii e risatine sommesse. L’ultima porta era socchiusa. Rubina non resistette alla tentazione di spiare all’interno. Un grande specchio a parete rifletteva l’immagine della signora Rossetti riversa su un letto dalle lenzuola stropicciate. Indossava solo una guepiere di pizzo bianco, stava abbandonata fra le braccia di un uomo dal volto arrossato dalla lussuria. Il signor Rossetti, sprofondato in una poltrona, osservava impassibile quella scena scabrosa. La donna aveva lo sguardo triste e vuoto di una bambola di pezza. I riccioli biondi le ricadevano sul volto pallido, che la spessa coltre di cipria rendeva ancora più innaturale. Sbalordita da quanto aveva visto, Rubina si precipitò fuori dalla casa decisa ad attendere per strada l’uscita di quella coppia bizzarra. Una sagoma ingobbita, dall’aspetto vagamente familiare, camminava nella notte appoggiandosi a un bastone.

Quando le giunse accanto, Rubina riconobbe la vecchina che le aveva fornito l’indicazione per raggiungere la casa di Adalgisa. La mendicante la guardò e mostrò di averla riconosciuta.

- Mia cara ragazza, questa casa non è certamente un posto per te - le disse con voce soave.

- Ho seguito i miei vicini di casa, non potevo certo immaginare che avessero in mente questa destinazione. Adesso devo comunque aspettarli per poter tornare a casa, io non saprei come orientarmi in questa parte della città - spiegò Rubina. La vecchina scosse il capo pensosa.

- Vieni con me, visto che sei capitata in questo luogo, ti farò conoscere un qualcuno che ti interessa molto.

Rubina seguì docile la sua guida, attirata da quella strana promessa.

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