La coda del drago 10

La villa di James Barlett si trovava lontano da Santa Barbara non più di dieci miglia, mentre dalla sua periferia degradata anni luce addirittura. La zona gridava lusso da tutte le angolazioni, irrorando bellezza e ricchezza al pari di un cuore d’oro dal quale si dipartono raggi della stessa preziosa materia. Il cuore di coloro che ci abitavano era talvolta della stessa dolce materia, talaltra invece di pietra allo stato grezzo. 

Il cuore di Balton pareva essere del primo tipo, considerando il fatto che l’attore aveva offerto al mio cliente una forte somma come indennizzo per quello che di orribile aveva e ancora stava vivendo.

Ma si trattava di un indennizzo o non piuttosto di un risarcimento?

Quando giunsi davanti al cancello della sua villa a due piani in stile spagnolo, quasi una antica missione riconvertita in abitazione di lusso, erano ormai le sette di sera. Il caldo tipico di quella regione e di quella stagione andava scemando, e una leggera brezza ristorava la natura, gli animali e le persone. Il caldo ma non più rovente sole al tramonto colorava le cose infondendo loro come il riflesso dell’oro antico, rendendo il tutto maggiorato di valore. 

Fermai l’auto a pochi metri dall’ingresso, scesi, e mi diressi al cancello nero e oro. Sul pilastro di sinistra era incastonato un campanello di lucido ottone con accanto la grata del citofono. Premetti il pulsante. Il suono del rintocco d’argento di una campana di bronzo giunse fino a me, proveniente dall’ingresso della casa distante non più di duecento metri. Poi venne sostituito da una voce femminile che pareva anch’essa argentina sebbene acerba come un frutto caduto troppo presto dall’albero.

- Sì…?

- Mi chiamo Miller, sono un investigatore – la misi al corrente omettendo di aggiungere “privato”.

- Vorrei poter parlare con Mister Barlett a proposito della morte di Angela Gutierrez.

Tacqui, unendo il mio al suo silenzio. Che poi lei ruppe dicendo:

- Il signor Barlett non è ancora rientrato.

- Pensa di potermi dire quando questo avverrà?

- Chi può dirlo? Non mi ha avvertito riguardo a questo.

- E forse neppure riguardo ad altro – aggiunsi.

- Come…?

- Lasciamo stare. Piuttosto: è ancora lì il signor Gutierrez?

- Dovrebbe esserci. E’ in procinto di terminare la sua giornata di lavoro.

- Anche io. Potrei entrare per parlargli? Il signor Gutierrez è mio cliente.

La donna non rispose subito, quasi fosse intenta a valutare il pro e il contro. Quindi si decise.

- Va bene.

Un ronzio elettrico sbloccò il cancello. Risalii in auto per poi percorrere il viottolo costeggiato dal verde dei prati e delle palme presenti, dal colore vivace delle bouganville e da quello più sfumato come se visto attraverso un vetro appannato dei roseti. L’auto la fermai accanto a una Lincoln Continental rosso amarena, lucida perché appena stata lavata. Una ragazza comparve all’ingresso. Era giovane: sui venticinque anni, era bella, era di statura medio-alta. I capelli biondi portavano la riga nel mezzo della testolina, quasi un sentiero ricavato in un campo di grano dorato. Mano a mano che avanzavo verso di lei, avevo agio di vedere e di ammirare il suo bel viso, gli occhi azzurri come laghetti di montagna che sembravano rinfrescarti al solo guardarli. Una boccuccia rosata di un rosa naturale, di piccole dimensioni, sembrava promettere più di quanto potesse, volesse e dovesse dare. Mi lanciò un sorriso tiepido, che non doveva né voleva né poteva offrire di più.

- Buongiorno – la salutai.

- Benvenuto – miagolò con la medesima vocina che avevo avuto modo di ascoltare al citofono, ma priva delle sue inflessioni metalliche. Il metallo che doveva caratterizzarla era quello presente a Fort Knox: 

oro allo stato puro. – Venga, si accomodi. Avviserò Luis della sua presenza qui.


Antonio Mecca

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