MILANO: UNA CITTÀ' ARCHITETTONICAMENTE SCHIZOFRENICA

Terminata la Seconda Guerra Mondiale, a Milano si contarono circa 14.000 abitazioni completamente distrutte e 2.400 irrimediabilmente danneggiate. Gli alleati, la RAF (Royal Air Force) in particolar modo, ridussero la nostra città a un cumulo di macerie.
Sconfitti e senza un soldo ricostruimmo, dapprima male e in seguito malissimo, gli edifici distrutti. Se la carenza di denaro giustificò un’edilizia esteticamente avvilente in contesti meneghini ottocenteschi, il boom economico diede il colpo di grazia, senza appello alcuno, alla peculiarità architettonica di Milano. Era l'Italia degli anni ’50 e ’60; della perdita della nostra innocenza; della nostra identità e di una nuova cafoneria descritta impeccabilmente e spietatamente da alcuni nostri grandi registi come Mario Monicelli o Dino Risi. Quest'ultimo ambientò, non a caso, uno dei suoi film più pungenti e spassosi, Il vedovo (Alberto Sordi e Franca Valeri), nella Torre Velasca.

Ora, per quanto Il grattacielo delle giarrettiere o Torracchione di vetro e cemento (Luciano Bianciardi) sia riconosciuto dal 2011 come patrimonio artistico sotto la Soprintendenza dei Beni Culturali, provate a domandare alla stragrande maggioranza dei milanesi cosa ne pensino. Da quando sorse ad oggi il parere di noi comuni cittadini, incapaci a quanto pare di comprendere le altrui velleità artistiche, non è mai mutato: una schifezza madornale, per non dire di peggio.
Ma la mania milanese di distruggere, anche senza il Barbarossa o le bombe, la propria città per rinnovarla è antica e spesso incomprensibile. Una sorta di schizofrenia edilizia che nei secoli ci ha privato di capolavori architettonici e interi caratteristici quartieri. Per fare un esempio e per quanto personalmente trovi meravigliosa la Galleria Vittorio Emanuele, per costruirla venne abbattuto il Coperto dei Figini, ovvero un porticato del ‘400, da secoli iconico luogo di incontro per i milanesi.
Insomma, futuro, futuro, futuro: sempre e a qualsiasi costo!

Oggi il paesaggio urbano che va di moda a Milano è il pugno in un occhio; piace e trova riscontro, e soprattutto finanziamenti, nelle alte sfere e in una nuova generazione di creature digitali fatte di marketing, comunicazione e coaching (una nuova frontiera di frasi fatte da Baci Perugina spacciate per grandi verità platoniche), del tutto refrattarie al contesto culturale in cui vivono e amanti dell'orrido. Nuovi poli urbani come Porta Nuova o Citylife possono piacere o meno ma sono quartieri nuovi e omogenei con edifici che non cozzano tra loro. Ma a Milano abbiamo intere zone dove, ad esempio, tra un’abitazione del 1892 ed un'altra del 1911, tipicamente meneghine, sorge spesso un obbrobrio che nulla c'entra; uno schiaffo alla bellezza e una mortificazione per l’armonia.
Anche oggi vengono rilasciati permessi per ristrutturare alcuni stabili e renderli, per quanto possibile, ancor più brutti che in precedenza.
Per non parlare della nuova tendenza di ridipingere le faccette, pardon, le facciate di nero…
E la moderna concezione del verde a Milano non si allontana dalla nostra terrificante cacofonia edilizia.
La foto che vedete è quella di Piazzale Dateo negli anni ’20 del ‘900.

Mentre questa, dopo i lavori degli anni ’90, è presa ai giorni nostri. Gli abitanti della zona l'hanno ribattezzata ironicamente il campo santo. E a ben vedere!
In tempi più recenti, ha aperto i battenti quello che è stato denominato Giardino Crispi-Feltrinelli a Porta Volta.

È trascorso un po’ di tempo da quando ho controllato l'ultima volta sul dizionario la definizione di giardino e forse sono in errore, ma ciò che si vede è una lastricata di cemento, con sparuti e sporadici alberelli che spuntano, costeggiata da un esiguo lembo di prato. Su ciò che è già stato fatto, inutile polemizzare. Ma su ciò che sarà è giusto pretendere. Pretendere la bellezza, l'armonia e rivendicare una Milano che pur viaggiando a folle velocità verso il futuro, non dimentica se stessa.
Un tempo era sufficiente osservare la foto raffigurante semplici abitazioni di una qualsiasi città europea per comprendere dove era stata scattata. E anche Milano non faceva eccezione; riconoscevi subito le sue tipiche e accoglienti cà de ringhera e le sue eleganti e sobrie abitazioni borghesi. Ora, osservando l'immagine di un grattacielo o una qualsiasi costruzione moderna di vetro e acciaio, si fatica a comprendere dove ci si trovi. Si potrebbe essere ovunque o da nessuna parte.
Ciò che è certo è che questi nuovi edifici sono freddi tanto quanto i materiali di cui sono fatti. Freddi come questi tempi e sempre più lontani da quello che era il caldo e immediatamente riconoscibile spirito meneghino.

Riccardo Rossetti

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