SGUARDI - 1

USCA: Le Unità speciali di continuità assistenziale

Le USCA (acronimo di Unità speciali di continuità assistenziale) sono state  introdotte  dal decreto 14/20 del 9  marzo scorso. Ognuna di queste unità è composta da una squadra di medici e infermieri che curano i malati Covid in isolamento  domiciliare, facendo tamponi e prelievi sangue, somministrando le terapie, monitorando lo stato della malattia, procurando un saturimetro e, se necessario, effettuando ecografie per valutare la polmonite. Tutti questi interventi devono essere attuati in coordinazione con il medico di base. Erano previste almeno 1200 unità speciali in tutta Italia, una ogni 50 mila abitanti, entro il 20 marzo. In realtà da parte delle Regioni non si è proceduto secondo le disposizioni ministeriali, per cui finora si ha in media una unità speciale ogni 180 mila abitanti con la conseguenza che diversi ospedali sono al collasso e i malati Covid attendono ore al pronto soccorso. Si smantellano posti letto per gli ammalati non Covid  per cederli agli ammalati del virus che arrivano in continuazione. La maggioranza delle Regioni, pur riuscendo a deliberare entro i tempi stabiliti dalla legge, non hanno però realizzato al completo le Usca nel loro territorio, come hanno fatto invece Piemonte ed Emilia Romagna. Il Veneto è sulla buona strada, la Lombardia, regione ospedalocentrica per eccellenza, ha un tasso del 35% delle unità necessarie. Non a caso Il sindaco Sala ha avuto modo di lamentarsi della loro insufficienza nell'area metropolitana milanese con solo 13 unità speciali. Notiamo altre distorsioni e carenze in questa operazione sanitaria. Pur essendoci una legge ad hoc i finanziamenti del Governo sono arrivati in ritardo: 61 milioni di euro con il decreto legge del 19 maggio 2020. I soldi servono anche per coprire l’onorario dei medici (40 euro lordi l’ora) e per fornire tutto il materiale per espletare il servizio. Il personale medico e infermieristico è comunque quasi sempre ovunque carente sia perché le Regioni si sono mosse in ritardo sia perché non si fa il reclutamento degli operatori sociosanitari. Giacomo Caudo, presidente della Fimmg, Federazione italiana dei medici di medicina generale, sostiene amaramente: ”Spesso fra il numero ufficiale comunicato dalle Regioni e quello effettivo c’è una discrepanza. In molte zone del Paese le Usca non vengono usate per l’assistenza domiciliare, ma per coprire le carenze del personale dei dipartimenti di prevenzione, quindi per fare tamponi e altre attività diverse da quelle per cui sono state create”. Ci troviamo allora su  altre distorsioni: il Ministero della Salute non comunica i dati del personale delle Usca, né li raccoglie  l’Agenas, associazione governativa per i servizi sanitari regionali, le Regioni comunicano i numeri che non corrispondono sempre alla realtà, come ha rivelato il presidente della Fimmg. Il tutto è legato ad altri problemi: le adesioni dei medici e degli operatori sociosanitari si basano sull’adesione volontaria e quelli che operano sul campo mancano di mezzi di trasporto, dei dispositivi di protezione individuale (mascherine, tute). Il cittadino deve sapere tutte queste cose per non premere più di tanto sugli ospedali intasati, ma per ricorrere nel caso di sospetto virus  innanzitutto al proprio medico di famiglia e poi alla Usca  del proprio territorio.


A caccia di smog per le strade di Milano

Dal Corriere della Sera del 28 dicembre scorso e dalla cronaca dei giorni seguenti si legge di un esperimento che si sta conducendo in diverse città del mondo con tredici persone che con un apposito dispositivo  sulle spalle vanno rilevando gli inquinanti in ogni città visitata. A Milano l’ha fatto Cristina Gabetti, giornalista esperta sui temi  di sostenibilità e innovazione. Sulle spalle girava con un rilevatore speciale delle sostanze inquinanti, fornito dall’azienda Dyson. Ha fatto lo stesso percorso, le stesse vie due volte: nel periodo del confinamento  e quello successivo con la revoca dei blocchi cittadini. Erano  sicuramente prevedibili i risultati, anche se non a  un livello  così esagerato. Infatti  è stato rilevato un incremento  del 100 delle emissioni di NO2 (biossido di azoto) nel periodo della chiusura. Si sa che uno dei responsabili maggiori del biossido di azoto è il traffico nelle città. I dati catturati dallo zaino hanno però rivelato nella metropoli milanese un trend in calo per le particelle di Pm 2.5 derivate dalle emissioni industriali, dagli impianti di riscaldamento e dai processi di combustione, una diminuzione più consistente rispetto alle altre città monitorate.  Le polveri sottili dei  NO2 e i Pm 2.5 sono i nemici invisibili delle nostre narici. È utile conoscere tutti gli inquinanti atmosferici per combatterli  gradualmente e in modo significativo per far respirare meglio le nostre città e i cittadini.

Luciano Marraffa

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