TRASFERTA ITALIANA 16

Frank e io invece tenevamo d'occhio la strada e il tachimetro dell'auto. Giungemmo a Milano, e – sempre con il metodo della velocità sostenuta – riuscimmo ad approdare in piazzale Loreto e da lì in piazza Udine.

Fu solo allora che l’amico al volante staccò quasi del tutto il piede dall’acceleratore per poi – seguendo le mie indicazioni – svoltare sulla destra verso le basse costruzioni in una delle quali aveva alloggiato Vania.

Individuammo la macchina della polizia, un'Alfa grigia uscita dalle officine Alfa Romeo alcuni anni prima e rientrata poi in diverse officine in diverse altre occasioni, come si poteva arguire per via dell'aspetto poco fiammante. Accostammo, e dal finestrino del passeggero sporse la mezza figura di un uomo in borghese.

- Nulla? – chiese Alfonsi.

- Nulla, commissario – confermò l’uomo. – Siamo qui da circa un’ora, e non si è vista nessuna donna entrare o uscire dall’abitazione segnalata corrispondente alla foto da lei inviataci. 

- Va bene – disse lui. – Continuate la sorveglianza, noi ci rechiamo a mangiare qualcosa e ci togliamo alla vista dei curiosi.

Quindi lasciammo quel luogo e ci dirigemmo più in là, parcheggiando nei pressi di un bar ristoro con tavolini all'aperto, non lontano dall'ingresso del parco Lambro dove tempo prima avevo svolto una indagine riguardante una cliente residente nella vicina Milano Due. Sedemmo a un tavolino e ordinammo panini, birra e caffè. Avevamo ingurgitato il primo panino per metà e bevuto qualche sorso di birra, quando il telefono di Alfonsi squillò.

- Commissario! La ragazza è arrivata adesso. È appena entrata nella palazzina.

- Arriviamo! – assicurò il commissario. 

Ci alzammo di scatto, Anselmi depositò sul tavolo una banconota e in tutta fretta tornammo alla pantera.

- Presto! – intimò all’autista. – Ma senza sgommate né tantomeno sirena.

L'agente obbedì, e di lì a poco arrivati nei pressi dell'imbocco della stradina dove le palazzine sorgevano, il commissario fece fermare l’auto.

- Tu resta qui – disse all'autista. – Noi andiamo – seguitò rivolto a Frank e a me.

Giunti negli immediati pressi della casa ci avvicinammo all’auto civetta, a bordo della quale si trovavano gli stessi agenti.

 – È arrivata a bordo di una Tipo marrone, guidata da un uomo che se ne è andato. 

- Adesso lasciamo passare qualche minuto; se non farà ritorno di qui a poco saliremo in casa.

- Credo che farà ritorno – disse Frank che aveva compreso le parole pronunciate in italiano.

- Lo credo anch’io – dissi.

E infatti di lì a una ventina di minuti eccola fare ritorno. Recava con sé una valigia, con la quale si diresse in direzione dello sbocco della stradina.

- Ferma! – intimò il commissario.

La donna si voltò verso di lui, lasciò cadere a terra la valigia e prese a correre poi in direzione opposta. 

Il poliziotto estrasse la pistola ed esplose un colpo in aria. La ragazza si fermò, come un punto esclamativo piazzato ad arte. Corremmo verso di lei, e lei guardò verso di noi soffermando la sua attenzione su Frank, quasi avesse visto un fantasma. Ma in quel momento Hans fece capolino da un angolo della palazzina, la sua grossa automatica scura che si fondeva con lo scuro della notte.

- Vania! A terra! – gridò.

La ragazza ubbidì, mentre noi quattro estraevamo a nostra volta le pistole. Anselmi venne colpito dalla pistola puntatagli contro, mentre Frank ed io colpimmo Hans, che si afflosciò a terra.

 

Antonio Mecca

L'angelo degli abbandoni

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