IL LATTE CI SALVERÀ

La filiera del cremonese resiste

Raccontiamo, a partire da un reportage del Corriere della Sera del 26 aprile, cosa sta accadendo alla filiera del latte nel cremonese. Il filo conduttore che unisce Cremona e i tanti paesini che si affacciano sulle sue rive è il Po o Grande Fiume, come lo chiamava Giovanni Guareschi.

Come è tristemente noto, Cremona e la sua provincia hanno pagato il prezzo più alto in termini di contagi e decessi. Le immagini dell'ospedale e del personale medico stremato dalla fatica sono altrettanto note. Eppure... Cremona è la città con il più alto numero di società di canottaggio. L'industria del turismo, con la navigazione fluviale che arriva a Mantova e perfino a Venezia, era un fiore all'occhiello della zona. Così come la pesca tanto che il Po attirava ogni anno appassionati da ogni parte, soprattutto dall'Europa dell'est.

Lungo le sue rive ci sono numerosi allevamenti e i caseifici che producono il Grana Padano.

Qui, l'operosità silenziosa di imprenditori e addetti ai lavori ha fatto sì che ci si organizzasse per tempo in primis con i dispositivi di sicurezza. L'igiene e la sicurezza nella filiera, infatti, erano una regola ben prima che arrivasse il coronavirus.

E così, in questi tempi difficili, le aziende reggono e si cerca di proteggere il lavoro.

Perché il virus è ancora presente ma preoccupano quasi di più il livello del Po, la mancanza di pioggia e una stagione estiva troppo calda. Ne va del benessere degli animali e della terra.

E intanto le acque del Grande Fiume non sono mai state così limpide.


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