NON È GRATOSOGLIO... MA BASMETTO

Gratosoglio agli onori della cronaca con la vittoria di Mahmood a Sanremo. Ma il cantante non è del Gratosoglio, quello dei palazzoni, ma del vicino Basmetto, uno dei 100 Borghi e Quartieri della periferia milanese. Poi, il Consiglio comunale cambia nome ai quartieri: cambia anche la sostanza?
Il Festival di Sanremo vinto da Alessandro Mahmood ha portato Gratosoglio sotto i riflettori dell’attenzione mediatica e non solo. Gratosoglio è un nome che indica un luogo bello, dal latino “gratum solium”. La tradizione vuole che a definirlo così sia stato l’apostolo Barnaba, di passaggio a Milano quasi duemila anni fa, il 13 marzo dell’anno 51 d.C. 
Così, da secoli, a Milano la primavera viene festeggiata non il 21, bensì il “tredesin de marz”, nei tempi che furono anche giorno festivo solennemente riconfermato da San Carlo Borromeo nel 1583.
Basmetto - Ma se questi sono dei riferimenti del passato, di un luogo bello, possiamo anche chiederci e, magari, provare a risponderci come mai il Gratosoglio di adesso non sembra sia un “gratum solium”? Peraltro, c’è anche Basmetto. Perché dire “Gratosoglio”, da lontano, rischia di non rispondere alla realtà. Rischia di essere quel modo di guardare le cose più alla ricerca del sensazionale che del reale e, in questo senso, è spesso la periferia a cascare male. Infatti, il cantante Alessandro Mahmood non è propriamente del Gratosoglio e la periferia che si va raccontando non è la sua. Perché c’è il Gratosoglio più noto, quello dei palazzoni costruiti nei primi anni ’60, mentre quello di Alessandro Mahmood è più in là e si chiama Basmetto, altra storia. «Ma si, Mahmood è di un altro mondo - dice don Giovanni, sacerdote al Gratosoglio e prima alla Barona - come lo sono i rapper e i trapper che per il pubblico cantano periferie che né il pubblico né loro hanno mai vissuto; se Fedez o qualcun altro avessero il coraggio di passare qui cinque giorni, si accorgerebbero di quanto la vita è diversa dalle loro canzoni. Sanno molto poco » (Libero, 24.2.2019).
Confusione mediatica - Per certi aspetti, c’è stata anche un po’ di confusione mediatica, come è stato (ed è ancora?) per Quarto Oggiaro: anche se un fatto di cronaca nera avveniva in un quartiere vicino, i giornali titolavano “a Quarto Oggiaro”; perché fa più notizia, perché giornalisticamente parlando la notizia cattiva scaccia quella buona. Eppure, sappiamo che abitare solo qualche decina di metri più in là spesso fa la differenza. Un po’ come per San Siro. Un conto è dire “Selinunte”, il quartiere Aler con tutte le problematiche connesse tuttora ben presenti, che qualche intervento di contorno, pur apprezzabile, non modifica nella sostanza. Un altro è dire “San Siro” - e basta attraversare la strada dove passa il tram 16, che porta allo Stadio - e ti trovi in un’altra realtà, quella dell’asse con Viale Caprilli, nel quartiere dove abitano i calciatori, ben tenuto, con un’altra prospettiva e qualità della vita.
Denominazione o sostanza - Peraltro, adesso il Consiglio comunale di Milano, nell’ambito di 36 aggiornamenti e modifiche alle denominazioni dei quartieri (NIL-Nuclei di Identità Locale), che possono avere anche una certa logica (per esempio, il territorio prima denominato Quarto Oggiaro si articolerà in Quarto Oggiaro-Vialba-Musocco), l’area prima denominata Selinunte è stata rinominata San Siro, mentre l’area precedentemente denominata San Siro (quella di Viale Caprilli) prende il nome di Stadio-Ippodromi, che messa così pare essere proprio un mero cambio di facciata. Ma tant’è.
Walter Cherubini
Consulta Periferie Milano

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