INCONTRO AL LAGO

Di Albertina Fancetti
Capitolo quattordici

In una calda serata di luglio, Luciano passeggiava lungo i navigli insieme agli amici che lo avevano accompagnato nel suo viaggio in Costa Azzurra durante le vacanze di Pasqua. I caffè erano invasi da compagnie di giovani che scherzavano fra loro rumorosamente. Farsi strada lungo le strette ripe che costeggiavano il naviglio era faticoso a causa della moltitudine di gente che vi si assiepava. Decisero pertanto di scendere sulla riva della Darsena, dove le banchine da poco ristrutturate permettevano di muoversi più agevolmente. Le luci dei lampioni si riflettevano sull’acqua e rendevano l’atmosfera molto suggestiva, l’unica pecca era rappresentata dalle zanzare fastidiosamente aggressive. Il profumo dell’acqua riportò Luciano a quel sogno bizzarro che ogni tanto gli tornava in mente. In tasca portava sempre il braccialetto trovato nella casa di via Laghetto, ormai divenuto una sorta di talismano. L’orologio invece non era più ricomparso, in compenso le macchie d’erba di cui erano cosparsi i suoi jeans, non erano sparite neppure con il candeggio a cui erano state sottoposte. Erano misteri di cui non aveva osato parlare con nessuno, neppure con sua madre. Intorno a lui si levava una musica di chitarre e di bonghi che rallegravano la notte. Una macchia chiara attrasse la sua attenzione… seduta sul prato che discendeva verso le acque scure una ragazza vestita di bianco leggeva un libro alla luce di una candela. Sembrava fosse sola. Luciano sentì aumentare i battiti del suo cuore e decise di avvicinarsi.
- Scusatemi, ho visto una persona che conosco e voglio andare a salutarla - disse agli amici.
Scese sul prato quasi correndo, la ragazza si volse a guardarlo. Luciano la riconobbe subito.
- Ciao Cristina, credo che questo ti appartenga… - disse porgendole il bracciale.
- Grazie! Temevo di averlo perso per sempre - rispose la ragazza sorridendogli.
- Ti ricordi di me? - le chiese Luciano.
- No, mi chiedevo infatti come fai a conoscere il mio nome… - replicò Cristina.
- È una lunga storia, se vuoi te la racconto… ma prima vorrei offriti un gelato se ti va. 
La ragazza appariva titubante, però continuava a sorridergli in quel modo che Luciano conosceva così bene. Le tese la mano e lei l’accettò sollevandosi con grazia dal prato, chiuse il libro e lo pose in una borsa colorata. Insieme si incamminarono lungo la banchina. Gli amici di Luciano decisero di non intromettersi in quella situazione. Il ragazzo si guardava alle spalle, ma sembrava che stavolta nessuno fosse intenzionato a fargli del male. Il popolo della notte passava loro accanto con allegra indifferenza. Non comprarono alcun gelato, ma camminarono a lungo mano nella mano come fosse la cosa più naturale del mondo.
- Abiti lontano? - chiese Luciano
- No, appena qui dietro, per questo nelle sere d’estate vengo a leggere sulla riva - rispose Cristina
- Posso accompagnarti se ti fa piacere.Ti ho cercata tanto e adesso che ti ho trovata non intendo più lasciarti andare - disse Luciano.
- Io ho l’impressione di averti sempre aspettato… - rispose Cristina.
Giunsero sul portone di una casa di ringhiera, il cortile era affollato, alcuni pittori avevano allestito una mostra al suo interno e offrivano un bicchiere di vino ai numerosi visitatori.
- Vieni, io abito in fondo al cortile, dove una volta c’erano le scuderie - disse Cristina.
Si fermarono all’inizio della scala che conduceva ai ballatoi. Dall’alto proveniva un miagolio. Luciano guardò verso i balconi e vide un gatto grigio affacciato alla ringhiera che lo guardava.
- È tuo quel gatto? - chiese a Cristina.
Sì, ma è una femmina, si chiama Nebbia, mi aspetta sempre quando esco e non si addormenta se non torno - rispose la ragazza sorridendo.
Si salutarono promettendosi di rivedersi il giorno successivo. Luciano la guardò salire la scala e rimase ad aspettare finché non la vide entrare nel suo appartamento seguita dalla gatta grigia.

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