UNA STORIA METROPOLITANA

Di Albertina Fancetti
Puntata dieci

Martina tornò a scuola dove ritrovò tutte le sue compagne. Monica si trovava come al solito al centro del gruppo che attendeva nel cortile del liceo il momento di entrare in classe, stava raccontando con vivacità l’esito fortunato delle sue vacanze in college. Non rivolse a Martina neppure un cenno di saluto e anche le compagne che la circondavano, dopo averla salutata con distacco, la ignorarono palesemente.Monica doveva averle aggiornate sulla rottura della loro amicizia, raccontandone i motivi e colorando la situazione in tinte più fosche del dovuto. Per fortuna c’era anche Sabina, anch’essa in un angolo in disparte e con la quale Martina fu costretta a fare comunella per non sentirsi del tutto isolata. La ragazza aveva un aspetto sofferente e trascurato che stonava nell’ambiente elegante dell’istituto.
«Ciao Sabina!» la salutò Martina esitante, ricordando il ceffone che le aveva tirato quella terribile sera in cui l’aveva sorpresa con Michele e Nino ai giardinetti.
«Ciao!» le rispose Sabina ancora sulle difensive. «Che palle essere qui stamattina! Ma non durerà certo a lungo questa rottura, appena posso io me la filo».
«Hai forse intenzione di lasciare la scuola?» le chiese Martina.
«Non ho alcuna voglia di restare qui ad ascoltare le stupide chiacchiere dei professori e comunque ultimamente non riesco a concentrarmi su nulla e tanto meno sulle cose che mi annoiano». Sabina parlava con voce assonnata, come se fosse appena scesa dal letto, e profonde occhiaie le solcavano gli occhi infossati. Martina voleva andarsene, la situazione della sua amica era molto più compromessa di quanto immaginava.
«Fai come vuoi, ma credo che dovresti cercare di venirne fuori, è assurdo far sborsare alla tua famiglia la retta di questo liceo se non hai alcuna intenzione di frequentarlo» le consigliò Martina.
«Ormai è troppo tardi per uscirne…» affermò Sabina accendendosi una sigaretta con aria vissuta.
Martina si irritò di fronte all’atteggiamento squallido dell’amica, quindi la salutò freddamente, si diresse verso la sua aula e si sedette in un banco da sola. Per tutta la mattinata seguì le lezioni prendendo appunti diligentemente. Si sentiva forte e determinata, decise quale sarebbe stata la sua linea di condotta: essere inappuntabile dal punto di vista scolastico. Senza più nessuna amicizia, le sarebbe stato più facile concentrarsi sullo studio e dedicare tutte le sue energie per aiutare Michele a uscire dalla tossicodipendenza.
Durante il primo mese di scuola questo atteggiamento sembrò funzionare, le prime interrogazioni e le verifiche ebbero un esito positivo, tanto che qualche compagna arrivò perfino a rivolgerle la parola, ma ora era Martina a tenerle lontane, era sicura che non avrebbero mai potuto accettare il suo rapporto con Michele. La mamma, compiaciuta nel constatare quello sprint di inizio anno, l’accompagnò a fare acquisti in un negozio del centro.
Alla metà di novembre Michele venne congedato in quanto ritenuto tossicodipendente e denunciato per furto continuato nei confronti dei suoi compagni di camerata, che aveva derubato per procurasi la roba. Il giudice fu clemente e, invece di farlo rinchiudere in un carcere, ne dispose l’inserimento coatto presso una comunità di recupero. Michele venne accompagnato a casa da due ufficiali dell’esercito che ragguagliarono la famiglia sulla situazione del ragazzo. I fratelli si impegnarono ad accompagnarlo in una comunità nei dintorni di Bergamo, da dove Michele scappò dopo una settimana, nonostante la cifra pagata con sacrificio dalla sua famiglia al momento dell’inserimento. Tornato a casa promise solennemente di uscire da solo dalla sua condizione di dipendenza dall’eroina. Alla penosa riunione di famiglia era presente anche Martina con la quale Michele era rimasto sempre in contatto telefonico, e la ragazza si impegnò ad assisterlo e sostenerlo durante la disintossicazione. Tutti i pomeriggi dopo la scuola, Martina li passò a casa di Michele, seduta sul divano di finta pelle con la testa di riccioli fulvi appoggiata in grembo nel tentativo di alleviare il dolore alle ossa che, per fortuna, sembrava essere l’unico sintomo pesante della crisi di astinenza del ragazzo.
«Ce la posso fare benissimo» le assicurò Michele. «Sono fortunato ad avere soltanto dolori alle ossa, ho visto Nino battere i denti e sudare freddo mentre si contorceva per i crampi».
«Certo che ce la puoi fare, hai un fisico robusto e poi io non ti abbandonerò mai» lo incoraggiava Martina.
Fra l’impegno dello studio e l’assistenza a Michele, le giornate della ragazza erano molto intense e le vacanze di Natale arrivarono in un baleno. Michele decise di partire per la Calabria stabilendosi dalla nonna, mentre Martina era costretta a passare la solita settimana bianca a Madonna di Campiglio con la sua famiglia.
«Amore promettimi di non rovinare gli sforzi di questi ultimi mesi» lo pregò Martina prima di partire.
«Devi stare tranquilla, vado giù dalla nonna proprio per non trovarmi ai giardinetti con gli altri mentre tu sei lontana» la rassicurò Michele in tono convincente. Aveva la capacità di dire a tutte le persone che facevano parte della sua vita esattamente le cose che avevano bisogno di sentirsi dire, vere o false che fossero. Era una ragazzo dotato di un’intelligenza e una sensibilità superiori alla media, Martina ne era consapevole e lo amava proprio per questo e quindi volle credergli ancora una volta. Non passò molto tempo prima che Michele trovasse a Cosenza la piazza giusta per procurarsi la droga. Il primo buco dopo il periodo di astinenza fu migliore di qualsiasi orgasmo e il ragazzo pensava seriamente di rimanere per sempre presso la nonna che lo adorava, dimenticandosi di tutto, anche di Martina.

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