UNA STORIA METROPOLITANA

Di Albertina Fancetti
Puntata due

Squillò il telefono, era Monica l’amica del cuore.
«Ciao Martina! Ci facciamo un giro ai giardinetti?» chiese speranzosa.
«Veramente dovrei prepararmi per l’ultima versione di latino… Però faccio volentieri una pausa» rispose Martina.
«Allora ti aspetto sotto casa tua tra cinque minuti, ho un sacco di cose da raccontarti…» e Monica aveva già riattaccato.
Si trovarono poco dopo e si avviarono verso i giardinetti, attraversando il loro prestigioso quartiere residenziale, formato da basse palazzine signorili immerse nel verde, una vera oasi costruita fra il cemento della metropoli. Sedute su di una panchina sotto il sole caldo di giugno si raccontarono gli ultimi pettegolezzi scolastici, frequentavano entrambe un liceo privato molto esclusivo e nessuna delle due era una studentessa brillante. Intorno a loro giocavano chiassosamente bambini di ogni età, sorvegliati da mamme e baby-sitter sedute sulle panchine o in piedi a gruppetti appoggiate alla pista di pattinaggio. Anche i giardini del quartiere erano molto curati e generalmente ben frequentati, tranne la “Panchina dei Drogati”.
Situata sotto un albero cresciuto rigogliosamente oltre ogni aspettativa, rimaneva sempre ombreggiata a causa dei folti rami frondosi che la lambivano. Durante la mattinata era occupata da ignari pensionati in cerca di frescura, mentre nel tardo pomeriggio arrivava il solito gruppo di ragazzi e, a volte anche qualche ragazza, che si ammucchiavano uno sopra l’altro, anche sedendosi per terra a fumare spinelli e non solo…
Anche quel giorno era occupata e il resto della popolazione dei giardinetti le indirizzava occhiate cariche di disgusto e circospezione, ai bambini era assolutamente proibito avvicinarvisi anche quando era libera a causa della possibile presenza di siringhe infette.
Martina e Monica lanciavano sguardi curiosi verso quella fetta di terra proibita.
«Però guarda come è carino quello con i pantaloni bianchi e i capelli ricci!» osservò vivacemente Monica. «L’altro giorno l’ho incontrato al supermercato e, visto da vicino, assomiglia a un attore di Beverly Hills, non trovi?»
«Sono tutti abbastanza carini, ed è proprio un vero peccato che si buttino via in quel modo» replicò Martina.
Un motorino si avvicinò alla panchina incriminata, alla guida c’era il solito spacciatore, ormai lo conoscevano tutti, mentre sul sellino posteriore sedeva una ragazzina dai corti capelli scuri, che appena scesa dal mezzo salutò tutti i ragazzi con un bacio.
«Oh cielo! Ma quella non è Sabina!?» strillò Monica all’orecchio dell’amica.
Martina si sforzò di guardare al di la della pista di pattinaggio, ma senza gli occhiali non riusciva a distinguerla bene.
«Non mi sembra» rispose alla fine. «E poi che cosa ci farebbe una ragazza della nostra scuola insieme a quella gentaglia?»
«Oh! Non credere… In fondo è solo figlia di bottegai arricchiti… e per giunta i suoi genitori si stanno separando e non hanno certo il tempo e la voglia di controllare quello che lei fa».
Monica sapeva sempre tutto di tutti. Martina osservava perplessa la panchina di fronte, la famiglia di Sabina possedeva un panificio vicino al supermercato e aveva da poco ristrutturato il negozio in stile francese. Il motorino se ne andò dopo qualche tempo girando intorno alla pista di pattinaggio e passando quindi accanto alle due ragazze. Sabina nascose il viso affondandolo nella schiena del guidatore.
«Avevi ragione Monica! Era proprio lei» affermò Martina turbata.
Il giorno seguente, a scuola Sabina risultava assente, Martina e Monica si guardavano intorno inquiete. Durante la ricreazione, Monica attorniata da un gruppo di ragazze esordì dicendo: «Indovinate un po’ chi abbiamo visto ieri pomeriggio ai giardinetti del nostro quartiere?»
«Chi?» abboccarono le ragazzine come tanti pesci, mentre Martina diede una gomitata nel fianco all'amica imponendole di tacere. Era un gesto talmente insolito in lei così mite, che Monica rimase senza parole guardandola con occhi stupiti, poi prendendola per un braccio la trascinò poco distante dal gruppetto delle compagne di classe.
«Insomma si può sapere cosa ti ha preso?» chiese furiosa.
«Non mi va che parli a scuola di quello che abbiamo visto ieri» rispose Martina. «Prima di tutto c’è il rischio che qualcuna di queste pettegole lo racconti a casa e se la chiacchiera gira fra i genitori anche noi non potremo più andare ai giardinetti… e poi non mi va di buttare subito la croce addosso a Sabina, forse ieri era lì per caso».
«Ma tu vivi proprio nel mondo dei coniglietti rosa!» proruppe Monica esasperata. «Non ti sei accorta che quando ci visto ha nascosto il viso abbarbicandosi alla schiena di quel delinquente?»
«Si l’ho notato anch’io, però ti prego per il momento non dire nulla…Vorrà dire che il nostro passatempo durante le vacanze sarà quello di controllare Sabina, e se davvero scopriremo qualcosa di spiacevole sul suo conto lo racconteremo a tutti quando torneremo a settembre» propose Martina.
«D’accordo. Mi sembra una buona idea. Ti telefono oggi pomeriggio così ci organizziamo». Monica accettò di buon grado la proposta dell’amica, allettata dalla prospettiva di fare l’investigatrice per sconfiggere la noia delle settimane di vacanza prima della partenza per il college.

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