UNA STORIA METROPOLITANA

Di Albertina Fancetti
Puntata quattro

Monica era partita per il college di Edimburgo. Martina era rimasta sola ad aspettare la partenza per le vacanze, che trascorreva in Sardegna insieme a tutta la famiglia, in un famoso villaggio turistico dove erano ospiti da diversi anni. L’attesa e il caldo erano snervanti e l’unica nota interessante del pomeriggio era la solita tappa investigativa ai giardinetti per controllare le mosse di Sabina. Sulle prime Martina era stata riluttante ad andarci da sola, ma poi spinta dalla noia era arrivata fin li, sedendosi sulla panchina occupata da una giovane mamma con la quale aveva subito familiarizzato. La donna non aveva molti anni più di lei e sorvegliava il figlioletto di appena due anni che era un vero diavoletto, mentre ninnava il più piccolo sul passeggino. Le disse di chiamarsi Mariella e di abitare nelle case popolari al di la del viale, aveva un bel viso e un fisico appena appesantito dalle due gravidanze ravvicinate. Martina fece i complimenti ai due bambini giocando a palla con il più grandicello, senza mai perdere di vista la panchina incriminata che stava di fronte a lei. Al solito orario arrivò Sabina con il suo ragazzo. Poco dopo giunse anche Michele, sempre a bordo della vecchia bicicletta, salutò Martina come se fossero ormai vecchi amici, e cominciò a giocare con i bambini di Mariella che conosceva bene. Michele non era affatto bello, almeno non nel senso classico della parola. Era di statura bassa, piuttosto magro con il viso angoloso dai lineamenti irregolari, gli occhi nocciola dall’espressione scanzonata e il sorriso accattivante, anche se effettivamente gli mancavano alcuni denti. L’unica dote notevole eranoi suoi capelli, una massa ondulata di uno splendido colore castano fulvo. Molto pulito e ordinato nell’aspetto, si rivolse educatamente alle due ragazze conquistandosi la simpatia di entrambe. Dopo un po’ di tempo di allontanò pedalando vigorosamente sulla vecchia bicicletta.
Anche Sabina stava lasciando i giardinetti a bordo del motorino del suo ragazzo, ma questa volta passando accanto alla panchina dove era seduta Martina, invece di nascondere il viso le sorrise esclamando:
«Ciao Martina, ci vediamo!»
Anche Martina le sorrise e rispose al suo saluto sentendosi sollevata.
«Perché non vieni a sederti con noi all’ombra?» le chiese Sabina alcuni giorni più tardi.Aveva attraversato la pista di pattinaggio e si era seduta accanto a Martina, chiaramente infastidita dal calore del sole di luglio.
«Veramente non mi va molto, inoltre non conosco nessuno di loro. Ma tu come mai frequenti quei ragazzi?» trovò il coraggio di chiedere Martina, arrossendo.
«Sono tutti amici del mio ragazzo, e io mi trovo molto bene con loro. Non è gente con la puzza sotto il naso come quella che frequenta la nostra scuola. Mi accettano per quella che sono» rispose Sabina con aria aggressiva.
«Non dovresti frequentarli invece, hanno fama di essere dei drogati» replicò Martina sempre più agitata.
«Non dovresti credere a tutte le stupidaggini che ti racconta quella pettegola di Monica, sono certa che se li conoscessi meglio ti troveresti bene anche tu. Comunque fai come credi… Se cambi idea l’invito è sempre valido» - e così dicendo Sabina tornò verso i suoi amici seduti sotto l’albero.
Martina rimase sola e confusa, sudando sotto il sole del pomeriggio con una gran voglia di sparire, per fortuna arrivò Michele, che le si sedette accanto a farle un poco di compagnia.
«Abiti dentro al “villaggio” vero?» le chiese riferendosi al prestigioso quartiere residenziale.
«Si» confermò Martina. «Ci siamo trasferiti da circa un anno, prima abitavano a Rovereto perché mio padre lavorava li».
«Che lavoro fa tuo padre?» domandò ancora Michele.
«È direttore di banca» rispose la ragazza timidamente, temendo di metterlo a disagio, avvertendo che la sua condizione sociale doveva essere inferiore. Michele però non si scompose affatto.
«Io invece abito al di la del viale proprio di fronte alla latteria, mio padre ha sempre fatto l’operaio e ora aspetta di andare in pensione. Siamo cinque figli e la vita per noi non è stata affatto facile, adesso lavoro nel cantiere tutti i giorni fino alle cinque, ma a settembre dovrò partire per il servizio militare».
«Ah che peccato!» esclamò Martina in tono così spontaneo che Michele la guardò con tenerezza.
«Perché ti dispiace forse? Vedrai quanti mosconi ronzeranno in giro a una bella ragazza come te!»
Martina si sentì avvampare e si alzò nervosamente dalla panchina.
«Ciao Michele! Adesso devo proprio andare a casa» e si allontanò in fretta salutandolo goffamente con la mano.
Michele afferrò la bicicletta e Martina lo vide dirigersi verso la “Panchina dei drogati” dove sembrava conoscere tutti.

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