ANGELI DEL MALE

Di Antonio Mecca
Puntata 5

Una delle morti più “pulite” poteva essere quella per droga. Se l’assassino le avesse praticato un'iniezione di eroina in quantità massiccia, e lei fosse deceduta per overdose, quello sarebbe stato un omicidio “pulito” per l’assassino, nel senso che gli inquirenti avrebbero potuto pensare che la donna fosse una tossicodipendente e avesse esagerato più o meno nell’assunzione della droga. Naturalmente mediante l'autopsia i medici sarebbero stati in grado di appurare se Laura si fosse in precedenza drogata oppure no, ma questo in fondo non aveva molta importanza. Nel mondo della moda Savelli sapeva che l'assunzione di sostanze stupefacenti era una prassi abbastanza comune, per cui una morte del genere non avrebbe stupito più di tanto. Se anche la Castorini fosse risultata pulita in precedenza per ciò che riguardava la droga, la sua morte poteva ugualmente passare o per inesperienza oppure per suicidio. 

Ovviamente non sarebbe stata scartata l’ipotesi dell’assassinio, ed era qui che gli investigatori avrebbero puntato i riflettori su coloro che da quella morte sarebbero risultati avvantaggiati. In questo caso, se si fosse avverato ciò che la sua amata continuamente gli proponeva, Sara e l’agenzia presso la quale lavorava. E qui, come un gioco sempre più perverso, Angelo provò a costruire l’eliminazione di Laura mantenendo un alibi per Sara e per sé. 

Sapeva dove lei abitava. Sapeva quali erano le sue abitudini. Sapeva quali erano le sue manie.

Certo: se per pura ipotesi lui avesse deciso di eliminare la donna, come avrebbe dovuto agire per evitare che i sospetti cadessero su di sé e su Sara? Avrebbe dovuto avere un alibi di ferro, un alibi che allontanasse immediatamente ogni sospetto da lui e da chi a lui stava a cuore. 

Continuò a pensarci, a rifletterci, e mai la sua faccia era stata così candidamente rilassata come ora che con la mente e con l’anima era rivolto all’assassinio di un essere umano che nulla gli aveva fatto, che di nulla era colpevole se non, per sua disgrazia, di essere inviso a un altro essere umano. Poi, all’improvviso, la soluzione gli si delineò chiara, nitida. E, all’istante, capì che quello non era più un gioco deduttivo, un’elucubrazione mentale, bensì il passo immediatamente antecedente alla mossa finale: quello dell’assassinio. La soluzione che gli si era andata formando nella mente era la seguente: lui era solito pattugliare di notte una zona della città che comprendeva, tra le altre, corso XXII marzo. Ora si dava il caso che il suo collega di pattuglia avesse una tresca con una donna che abitava da quelle parti. Quasi ognuna delle sere che erano insieme di pattuglia i due colleghi erano giunti a questo accordo: lui, Cesare, arrivati in corso XXII marzo scendeva dalla macchina e attraversata la strada saliva nell’appartamento della sua amante, rimanendovi per una mezzora. Angelo stava in auto, ad aspettarlo e ad avvertirlo nel caso qualche chiamata dalla Centrale operativa li avesse contattati. Ebbene, da corso XXII marzo a corso Venezia dove la Castorini abitava erano solo pochi chilometri, i quali a una certa ora di notte risultavano percorribili molto rapidamente. Se lui si fosse precipitato a casa della modella, ci avrebbe impiegato cinque minuti per arrivarci. Avrebbe potuto ucciderla simulando un delitto per rapina, dopodiché in altri cinque minuti sarebbe stato di ritorno. In tutto avrebbe impiegato venti minuti, non di più. E il suo alibi migliore sarebbe stato rappresentato proprio dal suo collega. Certo, bisognava essere sicuri che Laura Castorini si trovasse in casa. Una volta appuratolo, lei non avrebbe potuto opporsi a una visita, seppure notturna, della polizia. E lui avrebbe agito non appena entrato nell’appartamento. 

Una delle morti più “pulite” poteva essere quella per droga. Se l’assassino le avesse praticato un’iniezione di eroina in quantità massiccia, e lei fosse deceduta per overdose, quello sarebbe stato un omicidio “pulito” per l’assassino, nel senso che gli inquirenti avrebbero potuto pensare che la donna fosse una tossicodipendente e avesse esagerato più o meno nell’assunzione della droga. Naturalmente mediante l’autopsia i medici sarebbero stati in grado di appurare se Laura si fosse in precedenza drogata oppure no, ma questo in fondo non aveva molta importanza. Nel mondo della moda Savelli sapeva che l’assunzione di sostanze stupefacenti era una prassi abbastanza comune, per cui una morte del genere non avrebbe stupito più di tanto. Se anche la Castorini fosse risultata pulita in precedenza per ciò che riguardava la droga, la sua morte poteva ugualmente passare o per inesperienza oppure per suicidio. 

Ovviamente non sarebbe stata scartata l’ipotesi dell’assassinio, ed era qui che gli investigatori avrebbero puntato i riflettori su coloro che da quella morte sarebbero risultati avvantaggiati. In questo caso, se si fosse avverato ciò che la sua amata continuamente gli proponeva, Sara e l’agenzia presso la quale lavorava. E qui, come un gioco sempre più perverso, Angelo provò a costruire l’eliminazione di Laura mantenendo un alibi per Sara e per sé. 

Sapeva dove lei abitava. Sapeva quali erano le sue abitudini. Sapeva quali erano le sue manie.

Certo: se per pura ipotesi lui avesse deciso di eliminare la donna, come avrebbe dovuto agire per evitare che i sospetti cadessero su di sé e su Sara? Avrebbe dovuto avere un alibi di ferro, un alibi che allontanasse immediatamente ogni sospetto da lui e da chi a lui stava a cuore. 

Continuò a pensarci, a rifletterci, e mai la sua faccia era stata così candidamente rilassata come ora che con la mente e con l’anima era rivolto all’assassinio di un essere umano che nulla gli aveva fatto, che di nulla era colpevole se non, per sua disgrazia, di essere inviso a un altro essere umano. Poi, all’improvviso, la soluzione gli si delineò chiara, nitida. E, all’istante, capì che quello non era più un gioco deduttivo, un’elucubrazione mentale, bensì il passo immediatamente antecedente alla mossa finale: quello dell’assassinio. La soluzione che gli si era andata formando nella mente era la seguente: lui era solito pattugliare di notte una zona della città che comprendeva, tra le altre, corso XXII marzo. Ora si dava il caso che il suo collega di pattuglia avesse una tresca con una donna che abitava da quelle parti. Quasi ognuna delle sere che erano insieme di pattuglia i due colleghi erano giunti a questo accordo: lui, Cesare, arrivati in corso XXII marzo scendeva dalla macchina e attraversata la strada saliva nell’appartamento della sua amante, rimanendovi per una mezzora. Angelo stava in auto, ad aspettarlo e ad avvertirlo nel caso qualche chiamata dalla Centrale operativa li avesse contattati. Ebbene, da corso XXII marzo a corso Venezia dove la Castorini abitava erano solo pochi chilometri, i quali a una certa ora di notte risultavano percorribili molto rapidamente. Se lui si fosse precipitato a casa della modella, ci avrebbe impiegato cinque minuti per arrivarci. Avrebbe potuto ucciderla simulando un delitto per rapina, dopodiché in altri cinque minuti sarebbe stato di ritorno. In tutto avrebbe impiegato venti minuti, non di più. E il suo alibi migliore sarebbe stato rappresentato proprio dal suo collega. Certo, bisognava essere sicuri che Laura Castorini si trovasse in casa. Una volta appuratolo, lei non avrebbe potuto opporsi a una visita, seppure notturna, della polizia. E lui avrebbe agito non appena entrato nell’appartamento.

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