ANGELI DEL MALE

Di Antonio Mecca
Puntata 6

Quando questa ipotesi venne formulata, Angelo sapeva che oramai non era più un’ipotesi vaga ma una realtà attuabile. E per la prima volta da molto tempo provò come una sorta di pace interiore, una calma che era quella falsa che precede la tempesta. Quella vera. Ne aveva parlato con Sara, e lei aveva approvato. Poi lo aveva accarezzato, con quella incredibile dolcezza che non si sapeva da dove scaturisse, e gli aveva sussurrato: - So quello che provi. Ma c’è in ballo troppo perché ci si possa tirare indietro.

Lui aveva annuito, con tristezza e, forse, con delusione. Cosa si era aspettato da lei? Che inorridita di fronte alle sue fantasie, tramutatesi in quasi realtà, gli dicesse di no, che lei aveva scherzato, che mai avrebbe desiderato la morte di un’altra persona né tanto meno l’attuazione di un omicidio solo per lasciare libero il campo a lei e alle sue smodate ambizioni? 

Be’, se era questo che aveva sperato, non si era realizzato. E c’era forse da stupirsi? Lei era corrotta, perversa, irrimediabilmente perduta, e perduto era anche lui, oramai. Era forse così ingenuo da non comprendere che le manifestazioni di dolcezza che gli tributava erano superficiali e sottili come una pellicola per di più trasparente che ricopre un oggetto, l’oggetto del suo desiderio? No, non era certo ingenuo fino a questo punto; in fondo, era già perduto da tempo. Ma aveva bisogno di quelle tenerezze, seppure non veritiere, aveva bisogno di quei sorrisi, seppure nient’altro che di contrazioni facciali si trattava, aveva bisogno di quella bellezza, della grande bellezza di lei -l’unica cosa grande che lei aveva- per crearsi l’illusione di un mondo fatato che lo avvolgesse nelle sue calde ma rassicuranti spire. Era un poliziotto, un uomo cioè abituato alla realtà della vita, alla crudeltà umana, al fango della società, all’ipocrisia delle persone e alle loro falsità, meschinità, debolezze.

Era un uomo maturo, un poliziotto con dieci anni di esperienza che gli erano serviti a non farsi più soverchie illusioni sul genere umano, sulla sua smodata ambizione, sulla sua inusitata perversione, sulla violenza che lo caratterizza. Eppure, o forse proprio per questo, una voglia di amore totale, assoluto, viscerale lo aveva sommerso e trascinato nei fondali melmosi dentro i quali si annidano i peggiori istinti umani, come in un liquido amniotico andato a male che in sé già contiene gli istinti peggiori della razza appena messa al mondo. Aveva preso la sua decisione nel momento in cui lei si era mostrata entusiasta della proposta. Come se lui le avesse illustrato il programma di un viaggio di vacanza. E così aveva deciso di favorirle la carriera quasi per spregio. Verso di lei e verso sé stesso. 

Non era stato difficile. Conoscendo le abitudini di Laura Castorini era bastato tenerla d’occhio per alcuni giorni. Le si era messo alle calcagna per un paio di settimane, ovviamente usufruendo dei suoi giorni di riposo, e scoperto così varie cosucce. Una che era l’amante di Alberto Dominici, uno stilista piuttosto affermato, uno fra i pochi della categoria a non rientrare in quella dei gay. L’altra che si riforniva di coca in un locale discoteca situato sui navigli. Aveva così preso la decisione di agire un mercoledì nel quale lui era in turno di notte e Sara si sarebbe trovata nel centro-sud per una sfilata.

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