ANGELI DEL MALE

Di Antonio Mecca
Puntata 1
segue alle ore 22.00

Il locale si era andato progressivamente svuotando, e della iniziale moltitudine del sabato sera non rimanevano ora che cinque clienti soltanto: due coppie e un singolo. Quest’ultimo, appollaiato sopra un alto sgabello davanti al banco del bar fissava con sguardo opaco il contenuto del suo bicchiere di lucido cristallo, più lucido di sicuro di quanto non fosse lui in quel momento. La ragazza varcò la soglia del bar e senza guardarsi intorno avanzò fino al banco col passo deciso di chi è abituata agli sguardi degli altri e alla loro ammirazione. Le lunghe e affusolate gambe messe in evidenza da una attillata gonna rossa erano nude come le braccia e come queste lisce e quasi indifese nel loro bianco candore. Gli occhi, azzurri e lucenti come due turchesi posti in una vetrina illuminata, avevano la fredda bellezza del diamante appena intagliato. 

Angelo Savelli la seguì con uno sguardo che non sapeva se più appannato per l’alcool ingerito o per l’emozione di veder sedere al suo fianco quel meraviglioso esemplare di ragazza. La Vergine delle rocce, gli venne da paragonarla ricordandosi di un libro che aveva letto, tanto tempo prima. E un che di virgineo, o perlomeno a lui così pareva, sembrava emanasse da lei, un qualcosa di inviolabile come spesso appare la bellezza di certe donne, senza che questi pensino che in quei casi la bellezza è al cinquanta per cento naturale e per il restante opera del trucco e di altri artifici. La purezza dei loro lineamenti sembrerebbe garantire anche per la purezza dei loro sentimenti. 

Era soprattutto il viso la parte di lei che colpiva di più. Il corpo lo si notava per primo, ma una volta risalito lo sguardo fino al viso era come in un quadro rinascimentale risalire fino al cielo azzurro e alla sua purezza che solo i pittori di quel periodo erano in grado di rappresentare. La ragazza ordinò un sidecar cocktail, e una volta ottenuta l’originale bevanda prese a sorbirla con lenta metodicità. Nel farlo il suo seno, piccolo e ben fatto, sussultò sotto la camicetta rosa con il dolce ed aggraziato movimento delle testoline di due neonati gemelli scosse dai tranquilli sogni fatti nel sonno. Il suo sguardo agganciò quello del giovane, e da quel momento quegli incredibili occhi azzurri, azzurri come l’azzurro di un cielo reso lucido e puro dalla pioggia appena cessata non smise un istante di ammaliarne il cuore. Era però un cielo lavato sì dalla pioggia, ma una pioggia infetta, che pulisce fuori ma sporca dentro.

- Che ha da guardare? - chiese lei con voce secca. - Non ha mai visto una donna?

- Come lei, no di sicuro - rispose lui. Poi, indicando la bevanda ormai quasi finita. - Una bevanda insolita per una donna insolita.

- E a un’ora insolita - aveva aggiunto lei con un mezzo sorriso, ma ugualmente affascinante.

- Come va? - chiese lui sentendosi incoraggiato nel continuare.

- Di schifo, grazie.

 

 

- Allora siamo in due. Potremmo fondare un club: quello dei maltrattati dalla sorte. Presto si riempirebbe di gente, e con la quota che faremmo loro pagare potremmo vivere di rendita.

- Potrebbe essere una buona idea. O più semplicemente un’idea.

Lui le tese la mano. Fu come il gesto di un salvatore diretto a un naufrago, che finirà per attirarlo a sé nel vortice delle onde.

- Piacere - disse. - Mi chiamo Angelo.

- Sara. Piacere - rispose lei dandogli la mano. Il giovane la strinse con cautela, quasi fosse una decalcomania e temesse di poterla frantumare. 

- Pensavo che anche lei si chiamasse come me.

- Angelo? Mi ha preso forse per un travestito?

- No… Intendevo dire che essendo bella come un angelo… Perché se io lo sono soltanto di nome, lei lo è invece di fatto.

La ragazza gli concesse un altro sorriso, questa volta più caldo, e si concesse un nuovo bicchiere, che il barista le servì con fastidio. Era tardi, e lui voleva andare a letto, a recuperare col sonno le forze perdute durante la giornata perduta ormai anch’essa. I due giovani cominciarono in breve a raccontarsi la propria vita reciproca. Lui era un poliziotto, agente di pattuglia; lei una modella che lavorava da alcuni anni per una importante agenzia cittadina sebbene, importante, ancora non lo era diventata e ormai disperava di poterlo mai diventare. Aveva ventiquattro anni, ormai, e in un ambiente dove le modelle venivano reclutate sempre più giovani per meglio sedurre il pubblico voglioso di fresca bellezza, lei cominciava a sentirsi sempre più un dinosauro.

- Lei in realtà è ancora molto giovane - aveva protestato lui. - Lei in realtà è una non realtà: vale a dire un sogno materializzatosi.

- Senta: lei è un angelo non solo di nome, ma io so quel che dico.

Savelli preferì non insistere. Prese invece a raccontarle la sua, di storia, che era quella di un ragazzo del Sud della provincia di Napoli entrato in polizia dieci anni prima a Napoli città, trasferito poi nella capitale per due anni e ora - da quasi sei - di stanza lì a Milano.

- Come si trova in questa città? - aveva chiesto lei con un sorriso interessato.

- All’inizio è dura come impatto. Il mondo da dove provengo è completamente differente. È una questione di luce, di calore, di colore anche. Roma in questo senso andava bene: oltre ad essere 

una città bellissima è anche una città meridionale, emanante quella suggestione che tanto conta per noi gente del Sud. Soprattutto se ancora giovani. Perché io ho ventinove anni. E mi considero ancora giovane - aveva aggiunto con un sorriso. Che lei aveva ricambiato con simpatia. Forse lei era di quelle persone che accolgono le verità come se fossero menzogne, e le menzogne come se fossero verità. Perché Angelo non aveva detto la verità. Lui in realtà si considerava già vecchio. Perché troppi anni erano passati durante i quali la città lo aveva impregnato del suo humus maligno fatto di violenza e di cinismo. Eppure c’era stato un tempo in cui la città sembrava sorridere materna a chiunque fosse in grado di percepirne la poesia nascosta nelle sue pieghe più nascoste. Il giovane ancora ne ricordava il primo impatto ricevuto. Lei lo aveva abbagliato con tutto l’oro della sua luce solare riflessa dai vetri dei suoi mille palazzi. Lo aveva commosso con tutte le variopinte luci al neon con le quali si ingioiellava per sedurre e ingannare. Forse soprattutto sé stessa. Ora quei medesimi giochi di seduzione gli riuscivano patetici e irritanti come se a praticali fosse stata una donna che gli anni avevano reso vecchia e perversa.

- Be’, io proporrei di uscire - disse la ragazza interrompendo il flusso dei suoi pensieri. – Anche perché se non lo facciamo noi, saranno loro a sbatterci fuori. Sono le tre, ormai.

Angelo aveva gettato un’occhiata al suo orologio, anch’esso da gettar via per quanto era vecchio senza essere vintage, trovando così conferma a quanto dalla ragazza detto, e un’occhiata alla sala, scoprendo che si era svuotata ormai del tutto. Così si era affrettato a pagare le consumazioni e insieme avevano lasciato il locale. 


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