ASSASSINIO A BORDO 11

Attualmente non sapevo con chi stava, cioè chi si stava coltivando. Se un fiore che poi avrebbe messo radici velenose nel suo cuore già avvelenato oppure se una pianta stabile nel cuore, nella casa e di certo nella sua cassaforte. Gli occhi, al contrario dei capelli, erano scuri e sempre vividi; Il sorriso invece era solo accennato, perché non si trovava di fronte a una macchina da presa ma a un uomo che poteva anche rappresentare un fastidio per lui.

- Buongiorno - salutò con la sua vocetta che ci aveva guadagnato nel non farsi sentire ai tempi del muto, quindi fino a quindici anni prima. 

- Buongiorno, mister Spencer.

- Dunque, voleva vedermi…

- Sì. Dopo averla vista molte volte sullo schermo, ecco che ora la vedo finalmente di persona.

Ebbe come un attimo di perplessità, quasi pensasse fossi un cacciatore di autografi. Ma intervenni ben presto a fugargli quell’idea.

- Mister Spencer, vorrei che mi parlasse della crociera organizzata da Hal Randolph lo scorso mese di aprile, a bordo del panfilo My Flower.

Anche quel simulacro di sorriso scomparve.

- Cosa vuole sapere? Faccia presto, che non ho molto tempo da perdere.

- Ha ripreso a girare film, forse? - Erano cinque anni che non lavorava, da quando nel 1940 era uscito quello che era stato - in ritardo di dieci anni - il suo primo film sonoro.

Sembrò esitare. Poi disse: - Entriamo - e giratosi varcò la soglia per entrare in un mini soggiorno che era il prequel di un ingresso vasto il triplo. Forse, nel primo, vi accoglieva la servitù. Io ebbi invece diritto al soggiorno vero e proprio, riccamente arredato e provvisto di grandi quadri il cui valore era forse dato proprio dalla grandezza che li contraddistingueva. Non me ne intendo di dipinti, per cui non ero in grado di giudicare quanto e se valessero. Sapevo però che erano belli, e di conseguenza colpivano lo sguardo, se non il cuore.

- Si accomodi pure - invitò indicandomi una poltrona di velluto rosso quasi fosse il rivestimento della tonaca di un cardinale dimessosi. - Posso offrirle qualcosa da bere?
- Sì. L'acqua della fonte della verità - risposi. - Di quell’acqua potrei berne a litri
- Sorrise, ironico.
- Si spieghi meglio, amico. Gli indovinelli non mi piacciono.

- Se è per questo, neppure a me. Ecco perché vado subito alla ricerca della loro soluzione. - Ed è per questo che è venuto a cercarmi?

- Infatti. La domanda che le ho fatto prima è ancora valida.

Sedette sulla poltrona di fronte e accese un sigaro che era tutto il contrario del sigaro acceso da Palermo. Tanto quello era puzzolente, tanto questo era invece profumato e piacevole da annusare.

- Dunque, lei vorrebbe sapere cosa è successo a bordo del My Flower?

- Infatti.

- Nulla, è successo. Qualcuno si è sentito male e Randolph ha deciso di fare ritorno a San Diego. 

- Quel qualcuno che si è sentito male era Thomas Incerwood?

La sua faccia: strana, e quasi brutta (con il trucco bruno del vagabondo ci guadagnava) avvampò come l’estremità del suo sigaro.

- Cosa c'entra Incerwood?

- Non era forse a bordo del panfilo?

- A me non risulta.

- Già. A lei non risulta. Così come non risulta alla moglie di Incerwood, al coroner che ne ha constatato il decesso, alla giornalista che lavora in un grande giornale della catena Randolph, e che alla catena vi è pure lei legata a giro doppio come legati sono tanti altri suoi dipendenti.

- Io non sono mai stato un suo dipendente – disse sprezzante.

- Ma è stato però un suo conoscente che lo ha frequentato. Frequentandone anche la moglie. Stavo ipotizzando a casaccio, ma pensavo altresì che la verità non fosse poi molto lontana.

- Vorrei sapere cosa le passa per la mente…

- Lo vorrei sapere anch'io, Mister Spencer. Ma le idee sono talvolta così veloci che è difficile afferrarle.

- Invece prendere un granchio, no: non è difficile. E lei sta prendendo proprio un granchio, amico.

- La polpa di granchio è di mio gradimento, perché dolce e buona da mangiare. Ciò che non è di mio gradimento è la menzogna, soprattutto quando di mezzo c’è un assassinio.

Il grand’uomo si alzò, in tutta la sua mediocre statura.

- Le ho già detto quello che le ho detto. Se non mi crede, affari suoi. Io non dispongo di un’altra verità.

- E neppure di un’alta verità, perché la verità è sempre alta. Al contrario di lei – aggiunsi alludendo alla sua scarsa statura.

- Non sono di statura eccelsa, è vero, ma la mia statura artistica mi è più che sufficiente.

Mi alzai a mia volta, sorridendo.

- È questa la sua ultima parola, Mister Spencer?

- È solo la penultima. L’ultima è: Addio!

- Grazie per avermi ricevuto - dissi voltandogli le spalle e quindi quasi aspettandomi di ricevere una pedata nelle terga come usava fare lui nelle sue vecchie e scatenate comiche di tanti anni prima. Mi ritrovai in strada, quella sua interna, in attesa di ritrovarmi nella strada esterna ad infoltire la già folta schiera di senzacasa e senzalavoro. Scrollai le spalle e raggiunsi la mia auto.

Antonio Mecca

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