ASSASSINIO A BORDO 15 – ULTIMA PUNTATA

Avevano appena preso a muoversi nella mia direzione quando nella loro direzione, spianai la pistola. 

Si immobilizzarono di scatto, osservando l’arma con la medesima fascinazione ipnotica di due cani bastardi con un serpente a loro di fronte.

- Fermi, cherubini! - intimai loro. – Adesso me ne vado, visto che dispongo ancora di due gambe funzionanti. Prima però voglio dare un’occhiata al registro degli ingressi; in particolare mi interessa la seconda decade di aprile.

Minacciandoli con l’arma, ottenni che uno dei tre si avvicinasse alla scrivania, aprisse un cassetto e ne tirasse fuori un registro dalla copertina scura. Sfogliai le pagine indietro di due mesi, e arrivato al 18 aprile. Trovai la registrazione relativa a Incerwood che aveva varcato la soglia di quella baracca alle diciassette e un quarto. Strappai il foglio, lo piegai, e me lo infilai in una delle tasche della giacca. Dopodiché voltai le spalle al trio e lasciai stanza e agenzia.

Tornato a casa feci una doccia, dopodiché mi predisposi all’attesa. Non sapevo ancora se avrei ricevuto una telefonata. Sapevo però che l’aspettavo e che volevo parlare con quella donna misteriosa che era stata la mia cliente. Non ci sentivamo dal giorno prima, quando lei mi aveva detto che il giorno successivo mi avrebbe chiamato. Nell’attesa dell’evento accesi il televisore poco dopo lo spensi. Riempii il bicchiere con ghiaccio e scotch. Mi preparai un pasto frugale per poi consumarlo . Infine aprii il giornale e lo sfogliai. Si parlava naturalmente della guerra, e della pace poco prima ritrovata. Mancava all’appello il Giappone, dato che il suo esimio imperatore non voleva saperne di ammettere la sconfitta, somigliando in questo a quell’altro pazzo scatenato di Hitler. E chi lo sa che negli anni a venire un simile mostro non venisse rivalutato e riportato sull’altare. L’altare dei sacrifici dove invece avevano trovato la morte milioni di persone, ebrei in primis.

Il telefono squillò. Mi voltai a guardarlo, ma senza sganciare la cornetta. Lo lasciai suonare tre volte, dopodiché, a metà del quarto squillo, ne staccai il ricevitore.

- Mister Miller? Sono Johanna.

- Mi dica pure, Johanna.

- Dovrebbe essere lei a riferire a me, Lew. Cosa ha saputo?

- Che lei non si chiama Johanna ma Ludmilla. Che è di origine russa e che dopo essere stata naturalizzata americana ha potuto sposare Hal Randolph. Quindi, è ora sua moglie.

All’altro capo del filo non vi fu replica.

- Quanto appreso le toglie la parola? - chiesi.

- Perché dice così, Mister Miller?

- Perché così è, Miss Randolph. Lei è la moglie del potente magnate Hal, che magari è impotente come maschio e di certo è vecchio anagraficamente, dato che ha superato i sessanta da alcuni anni. Lei invece 

ha superato solo i venti e da pochi anni, per cui l’idea di continuare a convivere con una cariatide, ancora

per chi lo sa quanti anni, non poteva certo compiacerla. Ecco quindi che le si presenta l’occasione di 

sbarazzarsi di lui. Nell’aprile di quest’anno, a bordo del panfilo My Flower succede qualcosa. Suo marito

uccide nella sua cabina probabilmente l’uomo sbagliato: Thomas Incerwood, che era entrato richiamato

dalle sue urla perché voi donne siete specialiste nel piangere: spesso a sproposito, e nel gridare: sempre a

sproposito. Solo che Randolph non ha saputo riconoscere le fattezze fisiche e ha quindi ucciso la persona

sbagliata capitata nel momento sbagliato. Feci una pausa, che lei non riempì.

- Chi era invece la persona giusta che suo marito ha sorpreso con la propria adorata mogliettina?

La ragazza evitò di rispondere. Risposi io in vece sua.

- Randolph è un rinoceronte unicorno nel lavoro, mentre nella vita è bicornuto come molti dei suoi simili. Per cui ha deciso, per amore, di perdonarla. È andata così, Miss Randolph?

- Lei sta solo tirando a indovinare.

- Io non tiro a indovinare; tiro a campare invece, e questo mi induce talvolta ad accettare ingaggi poco  passabili. Ciò non toglie che in casi come questo, non possa evitare di fingere che nulla sia successo. E quindi di parlarne con chi di dovere se il proprio dovere costui intende farlo, e bene.

- Ottenga l’incriminazione di Hal Randolph, e io saprò come ricompensarla.

- In denaro contante, o anche e soprattutto tramite il suo corpo di odalisca? Ma di raccogliere gli scarti dei suoi passati amori non mi va, soprattutto quelli di Spencer, tanto simpatico sullo schermo quanto odioso nella vita.

- Mi aiuti, Miller! Ho sbagliato nell’agire così, ma non merito ugualmente di finire sulla stampa scandalistica.

- E, soprattutto, di finire sul lastrico, vero? Perché essere la signora Randolph presenta di sicuro i suoi vantaggi. Io invece le presento le mie dimissioni - e così concludendo riagganciai.

Rimasi a fissare la stanza vuota, piena soltanto dell’eco delle mie precedenti parole. Vuote forse anch’esse, perché prive di autentico costrutto. Poi mi diressi alla poltrona e mi piazzai davanti al televisore spento, forse è la maniera migliore di guardare la televisione.

 

Antonio Mecca


FINE    

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