ASSASSINIO A BORDO 2

- Mister Miller? – chiese accompagnando la domanda con un sorriso che si era fatto incerto alla mia vista, quasi che la mia figura l’avesse delusa o spaventata. Riportai quel sorriso alla certezza iniziale rispondendole affermativamente.

- Lei invece è…?

- Diana Barclay. La ringrazio per essere venuto.

Annuii con la testa, indicando la panchina poco più in là, ancora libera probabilmente perché non ombreggiata da piante. Sedemmo. Ebbi modo così di osservarla meglio. Era giovane, forse intorno alla trentina, praticamente la stessa età che avevo io a quell’epoca; bella: cosa questa che né allora né prima né tantomeno dopo ero o mai sarei stato, ed emanava un delicato profumo di rose coltivate. Indossava una giacchetta leggera di cotone azzurro abbinato con il verde pallido tipico di un ramarro costipato. Le scarpe col tacco basso erano marroni, e parevano uscite dall'abile mano di Salvatore Ferragamo.

- Mi spieghi pure tutto, Miss Barclay - la invitai, notando che non portava l’anello matrimoniale al dito, sebbene il segno ancora ci fosse. 

Lei non si fece pregare e cominciò il racconto.

Nel mese di aprile, vale a dire due mesi prima, a bordo del panfilo My Flower affittato dal magnate della carta stampata Hal Randolph, era stato commesso un omicidio. La vittima era un uomo ucciso da un colpo di pistola, e la sua morte fatta passare per infarto, con la necessaria complicità del coroner di San Diego dal cui porto era salpata l’imbarcazione, e della polizia della medesima città. A bordo del panfilo si trovavano alcune figure del jet-set: attori e registi, giornalisti e scrittori, oltre ai membri dell’equipaggio.

Tutti quanti erano stati ben pagati affinché mantenessero il silenzio su quanto era accaduto, poiché a detta dell’assassino si era trattato di un tragico incidente. Vale a dire, di uno scambio di persona. E così la vicenda si era conclusa, con buona pace della giustizia terrena.

- È una storia interessante - commentai al termine del racconto - ma che non risolve il seguente quiz: perché si è rivolto a me invece che a un giudice della corte suprema?

- Perché ho paura, Mister Miller. Ma, al tempo stesso, desiderio di aiutare la giustizia nel fare il suo corso.

- Faceva parte anche lei degli invitati? - le chiesi.

- No, cosa va a pensare…

- Vado a pensare quello che i fatti mi inducono a pensare.

Passò un carretto bianco che vendeva gelati e bibite fresche, hot dog e popcorn. Chi lo spingeva era un uomo con cappello e grembiule bianchi e baffi neri e sottili come stringhe. La camicia era bianco sporco e i pantaloni della stessa tinta non pulita. Anche quella storia mi pareva poco pulita, ma avevo bisogno di denaro. Per cui decisi  di accettare senza guardare tanto per il sottile.

- Fino a quanto è disposta a spendere, Miss Barclay? 

- Molto. E comincerò da subito con il versarle mille dollari, per poi proseguire se e quando sarà necessario.

Osservai due ragazze passare vestite dei loro abiti succinti, i cui colori delicati come le loro movenze inducevano a sognare e a far sognare.

- Va bene, Miss… Barclay – dissi poi. – Mi dia pure quei mille dollari: comincerò da subito a muovermi.

Lei mi passò una busta bianca rigonfia. Pur toccandola dall'esterno, il delizioso fruscio delle banconote era più che percepibile.

- Come ci manterremo in contatto? – volli sapere.

- Sarò io a contattarla, mister Miller. Mi creda: è meglio così.

- Per lei, forse – dissi. Ma non ebbi la forza di sganciarmi dalla faccenda. Per cui dopo esserci congedati, ognuno dei due si immise sulla propria strada; la sua già conosciuta, la mia ancora tutta da percorrere.

Il San Diego Tribune si trovava non lontano dal Mount Hope Cemetery, in un vecchio ma sempre solido edificio risalente ai non troppo lontani anni Venti. Alto dodici piani e non oltre – per via della cattiva nomea che il numero tredici da sempre comporta in America – occupava tre degli ultimi piani dai quali era possibile godere del panorama urbano della città, o perlomeno di una sua considerevole parte. Salii fino al decimo dove erano presenti l'archivio e gli uffici contabili. Dietro il banco in legno chiaro forse risalente anch'esso agli anni Venti si trovavano cinque persone la più vecchia delle quali doveva risalire alla fine del secolo prima. Si trattava di una donna di colore nero la cui unica nota chiara era costituita dalla capigliatura ingrigita dall’età che andava tendendo sempre più al bianco d'uovo, così da rendere bicolore la sua figura. Quando mi vide avanzare verso il banco sorrise, e quando sorrise la sua bianca e forte dentatura ebbe il potere di abbagliarmi. Pensai a come doveva essere stata anni prima, e al potere che doveva avere avuto sugli uomini.
- Buongiorno – la salutai. – Avrei bisogno di poter effettuare un controllo sui numeri arretrati del giornaleri salenti allo scorso aprile.
Lei scosse la testa verticalmente in segno di assenso, e io mi stupii che a terra non cadesse limatura di ferro.- Glieli porterò fra qualche minuto. Nel frattempo compili uno di quei fogli presenti sul banco e poi si accomodi ad uno di quei tavoli.
Presi un foglio precompilato da completare dove era stato lasciato vuoto lo spazio, ne riempii le righe e quindi mi diressi al tavolo più vicino al bancone.

Antonio Mecca

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