CAMMINIAMO SUL NOSTRO PASSATO

Il recente incendio che ha devastato la bellezza monumentale prodotta dal genio umano della cattedrale francese di Notre-Dame offre lo spunto per ricordare l'omonimo romanzo che Victor Hugo pubblicò nel 1831, all'età di 29 anni, essendo nato a Besançon, nella regione della Borgogna, nel 1802. Il romanzo è ambientato nella Parigi medievale del 1482, ai tempi del re Luigi XI, e vede come protagonisti principali  la bellissima Esmeralda e il sagrestano Quasimodo, creatura deforme adottata dall'arcidiacono Claudio Frollo; don Claudio, appunto, sul quale più di un appunto ci sarebbe da fare perché ben presto si scoprirà che dietro la patina di moralismo che lo ricopre come smalto una dentatura marcia vi è il tartaro giallognolo come il colore della bandiera che sta a segnalare la presenza sulle navi di appestati. Infine, Pierre Gringoire, giovane squattrinato, poeta di un certo talento munito di grande ambizione e di grandissima arroganza, tipica spesso dei giovani. Il grande scrittore francese dà alle stampe un romanzo che prende il lettore, nel senso che lo avvince ma al tempo stesso gli svela contenuti storici e culturali che Victor Hugo - come farà in seguito anche con il suo capolavoro "I miserabili" pubblicato nel 1862 - intervalla e interrompe l'azione della storia per fare il punto della Storia, rivedere e descrive cioè avvenimenti vari della storia di Francia, un po' come lo scrittore russo Tolstoj farà con il suo capolavoro "Guerra e pace", pubblicato nel 1865, tre anni dopo "Nostra Signora di Parigi" e probabilmente letto anche dallo scrittore russo, ricalcandone la profondità delle orme lasciate nel campo della letteratura e descrivendo da parte sua e da par suo la battaglia di Waterloo. La tragica vicenda descritta da Hugo che procede dolorosamente e finisce tragicamente, è scritta volutamente in maniera strappacuore, per avvinghiare i lettori alla pagina scritta e alla vicenda pensata ma anche perché in quei secoli lontani quella era l'usanza. Lo stile è un po' quello del feuilleton, cioè di narrativa popolare pubblicata dapprima sui giornali (il fogliettone, appunto) e poi in volume, un po' come durante la prima metà del Novecento. Negli Stati Uniti, infatti, c'è stata una narrativa popolare apparsa dapprima sulle riviste pulp (cioè polpa di legno, una carta dozzinale che vedeva stampate storie spesso dozzinali ma anche altre di gradevole stile - vedi quelle di Hammett e di Chandler).
In "Notre-Dame de Paris" l'autentica protagonista è però lei: la cattedrale, che fu costruita a partire dal 1161 e terminata nel 1250. La potenza che trasmette la sua massiccia facciata, con le sue torri campanarie le cui pesanti campane di bronzo trasmettono nell'aria suoni simili a messaggi in codice, che sembrano servire da monito al popolo che le ascolta, rappresentano la presenza dominante e predominante della Chiesa. Una chiesa - che allora - più che madre amorevole è madre matrigna, spietata nel punire i rei che secondo il suo giudizio si sono macchiati di vilipendio nei suoi confronti, più che in quelli del Signore o di Maria, madre di Gesù.
Era, quella, un'epoca terribile, dove una miseria fisica e morale ricopriva il popolino come cenere di un vulcano sempre attivo e pronto ad eruttare l'inferno. C'è, fra le tante, belle immagini scritte da Hugo in questo suo quarto romanzo dei dieci pubblicati, una descrizione riguardante il diabolico arcidiacono, che viene paragonato a un vulcano innevato al cui interno però si trovano sempre fuoco ardente e lava bollente. È che spesso l'abito non fa il monaco, ma sotto la tonaca si trova sempre l'essere umano, e questi spesso è sporco e sporcaccione. Romanzi come questo all'epoca nostra è praticamente impossibile scriverli ancora, e non tanto per la mancanza di un talento del calibro di Victor Hugo, Lev Tolstoj, Charles Dickens, Alessandro Manzoni, quanto perché la nostra anima ormai sgrezzata mal li accetterebbe. Ma leggere o rileggere gli originali  ci permette di conoscere, capire e storicizzare il passato e dare alla nostra coscienza storica una più chiara estensione e programmazione futura e colmare nel contempo la nostra insufficienza intellettuale.         

Antonio Mecca