CHE A MILANO NON SI PARLI PIU’ DI CULTURA

Penoso anche solo da constatare fugacemente. Monta lo sdegno che non lascia spazio alla rassegnazione. Si annichilisce il raziocinio perché non esistono giustificazioni.

Che la politica taccia perché di vacue parole oltre non possiamo udire. Che i pomposi proclami fatti solo e sempre di un futuro prossimo si interrompano perché è il presente a mancarci. Che cessino le promesse, gli slogan e le monetizzate intenzioni perché, se ancora siamo in grado di tollerare insulti alla nostra persona, non ne accetteremo di ulteriori alla nostra intelligenza.
Il putrido abisso di incuria, indifferenza e decadenza in cui sono stati precipitati il luoghi più antichi e preziosi di Milano è tanto profondo da non scorgerne la fine e così puzzolente (letteralmente), da stordire i sensi e la mente.
La Piazza dei Mercanti, fulcro e cuore di questa città fin dalle origini, è ridotta a una discarica. A un indecente bivacco dove, sotto i porticati del ‘200, a tutto si assiste tranne che alla decenza. Centinaia di ragazzi ammassati, mangiano, ballano, girano in skateboard. Una timida e giovane guida turistica non osa addentrarsi in mezzo a quell'osceno marasma; tenta di illustrare l'importanza e la storica sacralità di quel luogo a uno sbigottito, e in una certa misura spaventato, gruppetto di persone che sgomento assiste a quell'indicibile scempio.

Piazza dei Mercanti. Una perla tra le perle meneghine, gettata in pasto ai porci più porci, e ignorata da altri maiali orwelliani che imperterriti continuano ad assicurarci tutela e rilancio. E di ironia ve n’è fin troppa perché la celtica scrofa semilanuta che vi troneggia, e che diede origine a tutto ciò che ci circonda, dall'alto osserva attonita i suoi glabri discendenti mancarle ogni giorno di rispetto.
In Piazza Sant'Alessandro, invece, i gradini della Chiesa sono stati adibiti a confortevole area di ristoro. D’altro canto, se siamo in grado di orinare nel luogo di partenza della nostra storia, a una “modesta” chiesa del ‘600, apprezzata a tal punto da esportarne l’architettura in Spagna e nelle Americhe, è andata fin troppo bene.
In ultimo le, ormai famigerate più che famose, Colonne di San Lorenzo; l’annosa spina nel fianco, la zona franca per eccellenza e la più macroscopica contraddizione di questa città. Non vi è molto da aggiungere alle parole spese in tal proposito di recente. Per la criminalità organizzata, Piazza della Vetra prima e San Lorenzo poi, hanno sempre rappresentato un importante punto per i propri affari. Un po’ come lo sono molti locali della zona per l’Ndrangheta: e viene da sorridere quando ogni tanto la stampa si sveglia dato che questa presenza mafiosa esiste sul nostro territorio dai primi anni ’60. Ciò che accade alle Colonne non è un segreto per nessuno: tutti lo sanno, in molti ci guadagnano, in troppo pochi tentano di reagire.
Ma al di là delle infiltrazioni criminali, ormai talmente inserite nel nostro tessuto sociale da esserne parte integrante, ciò che conta ora è la difesa.
La difesa ad oltranza, senza remore, senza dubbio e senza paura alcuna del nostro patrimonio storico e culturale.

Tempo addietro descrissi le nuove generazioni paragonandole al gruppetto di ragazzini de “Il signore delle mosche “di William Golding: sperduti su un'isola, senza legge, senza regole e senza adulti decidono di autogovernarsi con esiti sanguinosi e disastrosi. Anche se qui da noi gli adulti ci sono, sembrano comunque non esistano. Non sono stati tramandati o insegnati, i valori, il rispetto ma, soprattutto, l'amore per Milano.
Senza una guida, l’anarchia social comincia a essere esportata nel mondo reale: né educazione, né conseguenze per le proprie azioni. Un vero paradiso di incoscienza e di impulsi, un inferno per la nostra povera città.
Le misure coercitive senza una ripartenza educativa essenziale servono a ben poco ma è anche vero che lasciar correre di continuo ripugnanti episodi di inciviltà, creerà in futuro situazioni ben più gravi.
Milano assomiglia sempre più a film distopici come “I guerrieri della notte” o “Distretto 13” dove bande organizzate di giovani tengono in scacco abitanti e istituzioni.
Digressioni cinefile a parte, Prefettura, Comune, enti e associazioni devono trovare il modo di salvaguardare il nostro passato, la nostra storia, la nostra casa. Trovare il coraggio, riassumere il ruolo per cui sono stati creati, e metterci la faccia a costo di impopolarità e speculazioni politiche, per difendere un patrimonio inestimabile. I luoghi più rappresentativi di Milano vertono in condizioni disperate e non saranno le vuote promesse a salvarli.
In principio, forse le istituzioni saranno in grado di arginare questa nuova barbarie ma poi sarà la dormiente società civile a dover reagire e istruire le nuove generazioni. Senza una sinergia tra le due non c'è speranza alcuna. Ma è tempo di correre ai ripari. E pure alla svelta.
Di conseguenza, che non si menzioni ulteriormente la parola cultura almeno fino a quando non le sarà restituito il decoro che le concerne. Ci vengano risparmiate le sterili cazzate (mi perdoni, direttore) fini a se stesse o a scopo di lucro che mai si concretizzeranno in una ritrovata bellezza; in un rinnovato orgoglio di appartenenza a questa città.
Perché una sola cosa, ancor più triste e dolorosa di averla dimenticata e privata del rispetto dovuto, possiamo fare alla Nostra Milano; prenderla in giro, promettendo vanamente di restituirle un giorno l'anima antica che le abbiamo sottratto.

Riccardo Rossetti

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