CHERNOBYL

Storia di una serie televisiva di successo

Si è conclusa martedì 9 luglio su Sky la serie tv rivelazione del 2019 ispirata all'incidente avvenuto nella centrale nucleare Lenin, situata in Ucraina settentrionale, a 3 km dalla città di Pripyat e a 18 km da quella di ?ernobyl con la quale viene comunemente identificata, nella notte del 26 aprile del 1986.

La storia si ispira alle vicende raccontate dagli abitanti della stessa Pripyat e raccolte dalla scrittrice premio nobel per la letteratura Svetlana Alexievich nel suo libro “Preghiera per ?ernobyl'”. Il progetto è nato su iniziativa del canale televisivo americano via cavo HBO e di Sky. Alla regia è stato chiamato lo svedese Johan Renck che ha legato il suo nome a serie televisive di successo come Breaking Bad e The walking dead, solo per citarne alcune, mentre la sceneggiatura è stata affidata all'americano Craig Mazin.

Questa produzione nasce con lo scopo di dare voce e volto alle migliaia di persone che, per quell'incidente, hanno perso la vita: i tecnici della centrale, i vigili del fuoco, gli abitanti della cittadina sorta vicino alla centrale, i medici dell'ospedale locale e di quello di Mosca dove trasportati i contaminati dalle radiazioni e che si trovarono a gestire un'emergenza mai vista prima, i minatori chiamati da una remota provincia allora sovietica a scavare un fossato di contenimento intorno al reattore esploso per evitare una seconda esplosione, fino ai soldati impiegati per ripulire, a mano, la zona dai detriti e ad abbattere tutti gli animali rimasti nelle zone contaminate.

La storia si sviluppa attraverso diversi filoni narrativi: le vicende dei tecnici della centrale, alle prese con un test di potenza che già in precedenza aveva avuto esiti fallimentari e che, proprio quella sera, doveva essere condotto con successo; il lavoro della commissione governativa creata per indagare sull'accaduto e riferire al Partito composta dallo scienziato Valerij Alekseevi? Legasov, vicedirettore dell'istituto dell'energia atomica Kurchatov e da Boris Shcherbina, vicepresidente del consiglio dei ministeri e capo dell'ufficio per il combustibile e l'energia; l'attività investigativa svolta da un personaggio di fantasia, Ulana Khomyuk, una scienziata dell'istituto per l'energia nucleare dell'Accademia di scienze della Bielorussia. A lei si deve una ricostruzione dei fatti estremamente minuziosa che evidenzia come, fin dalla progettazione della centrale, ci fossero già le premesse del disastro.

Nel cominciare la ricerca in archivio dei progetti di costruzione, infatti, Ulana si accorse che i documenti presentavano delle pagine mancanti. Dopo l'incidente, per aiutare Legasov a ricostruire l'accaduto, Ulana riesce a introdursi nell'ospedale 6 di Mosca per parlare con i sopravvissuti prima che questi morissero tra sofferenze indicibili.

Il pregio di questo prodotto televisivo, oltre alla ricostruzione attenta dei fatti e ai due nomi di richiamo degli attori Stellan Skarsgård ed Emili Watson, sta nel far parlare le immagini spesso accompagnate da una colonna sonora cupa e sommessa.

Il quadro che emerge della vicenda, purtroppo, è desolante.

Lo evidenzia molto bene l'ultima puntata. Siamo al processo che vede imputati il direttore della centrale, Bryukhanov , l'assistente capo ingegnere, Djatlov, e il capo ingegnere, Fomin, per  aver provocato il disastro. Ulana e poi Legasov sono chiamati a testimoniare.

All'inizio Legasov è tentato di mantenere la linea impostagli dal partito, cioè minimizzare l'accaduto. Ma quando viene a sapere che il suo collega di indagine Shcherbina si è ammalato di tumore, cambia idea. É il momento delle verità scomode.

Quel 26 aprile, il test di potenza venne affidato agli uomini del turno serale che non conoscono le procedure tecniche per condurlo in sicurezza; quando diventa chiaro che la situazione sta sfuggendo di mano, nonostante il direttore delle centrale si ostini ad affermare il contrario, uno dei tecnici preme l'interruttore di emergenza che avrebbe dovuto riportare il reattore ai livelli normali. Tutto inutile. Il pulsante doveva attivare un meccanismo per cui delle barre di boro entravano nel nucleo del reattore e stabilizzavano le reazioni in corso.

La rivelazione scioccante è che la punta di quelle barre era rivestita di una sostanza, la grafite, che in caso di instabilità del nucleo, aumentava il processo di reazione nucleare. Anche per questo si arrivò all'esplosione. Lo stesso Legasov rivela che questo difetto di fabbricazione riguarda anche altre centrali sovietiche, costruite con questi materiali perché, testuali parole “costavano poco”.

La seconda verità scomoda è il ruolo delle autorità politiche nel coprire e minimizzare la vicenda: agli occhi del mondo esterno, della popolazione coinvolta fu spostata dalle zone contaminate con estremo ritardo e dell'opinione pubblica interna che non seppe mai quanto grave fu l'incidente.

Sono ancora le immagini a chiudere la serie, questa volta accompagnate da didascalie:

dopo le rivelazioni al processo Legasov fu, di fatto, isolato dal mondo. Prima di morire suicida il 26 aprile del 1988, riuscì a registrare il racconto dettagliato della sua inchiesta. I nastri, poi diffusi alla comunità scientifica sovietica, portarono alla modifica dell'errore progettuale in altre centrali impedendo così un altro incidente simile a Chernobyl; l'area contaminata dall'esplosione è di 2600 kmq; le 300,000 persone evacuate dalle case vicine alla centrale e alle quali fu detto che si trattava di una misura “temporanea”, non fecero mai ritorno a casa. Le vittime “ufficiali” dell'esplosione furono 31.

La stima reale parla di cifre ben più alte.

 Antonella Di Vincenzo