CIAO, PIMPA: ANIMA BUONA DI PORTA VENEZIA

Deve essere mancato qualcuno di importante.

Numerose persone attendono pazienti, composte e con un'ormai inconsueta sobrietà meneghina, di porgere le proprie condoglianze.
A Porta Venezia, proprio a due passi dal vecchio Lazzaretto, accanto al glorioso Cinema Dumont (ora biblioteca comunale), e dietro agli storici Bagni di Diana, un'anacronistica processione fatta di occhi gonfi, lacrime sincere ma discrete, e sentito desiderio di partecipare al cordoglio, riscaldano la Via Melzo con rara e fresca umanità.

Deve essere mancato qualcuno di davvero importante per riportarci così indietro nel tempo dove il dolore era intimo, profondo e silenzioso. Mai gridato, senz'altro non ostentato e di certo lontano dall'essere reclamizzato. Qualcuno ha un biglietto. Qualcun altro un mazzetto di fiori.
Due giovani donne accolgono e ringraziano ognuno di loro.
Arriva anche il mio turno. Non riesco a proferir parola ma le mie care amiche mi percepiscono, consentendo ad apparenza e forma di scendere in secondo piano.
Pimpa ci ha salutato prematuramente. La mia fidanzata quadrupede, come ci divertivamo a chiamarla e, per quanto mi riguarda, l’unico mammifero di sesso opposto che mi abbia sopportato per più di un lustro ci ha lasciato.
Non so come ci riuscisse ma, pur rimanendo in silenzio, appena giungevo davanti all'ingresso dell’erboristeria era in grado di captare in un istante la mia presenza da dietro il bancone e scattare in piedi, o meglio su zampe, per corrermi incontro e riempirmi di festose attenzioni.
Il giorno prima, a poche ore dall'iniezione che l’avrebbe finalmente sollevata dalle sue sofferenze, sentendo la mia voce era riuscita con grande sforzo ad alzarsi e a venirmi a salutare: tra gli ultimi passi della sua esistenza spesi per me. Forse l’unico, incondizionato, puro e grande vero onore che mai riconoscerò e di cui andrò fiero in tutta la mia vita.
Ma la mia persona non conta nulla perché Pimpa, nella sua seppur breve vita, è riuscita nell'impossibile; è riuscita a restituirci la nostra umanità in un'epoca in cui di umano è rimasto ben poco. Ha riavvicinato la gente, ha riacceso uno storico quartiere e ci ha restituito l’autentico calore, ormai così lontano da sembrar non essere mai stato, di una Milano che ho potuto solo leggere nei libri. Forse ci voleva un cane per farci riscoprire la nostra vera natura.
Perdonate questo sciocco cronista del suo tempo; non è mia intenzione sminuire l’immenso dolore che la maggior parte dei milanesi, me compreso, ha subìto a causa di questa orribile e imperscrutabile pandemia. Molti di noi han dovuto accomiatarsi per sempre da un proprio caro o da un conoscente.
Ma di fronte a un genere umano che, né con intelletto né con empatia probabilmente comprenderò mai, osservare quanto questa adorabile cucciolona sia riuscita a destarci dal nostro torpore emozionale e dal nostro profondo egoismo, mi lascia esterrefatto.
Da non credente, posso solo essere d'accordo con il Santo Patrono d'Italia, fratello degli animali, che ci invita a riscoprire noi stessi grazie ai nostri amici indifesi.
Pimpa ci ha restituito la Nostra Milano; una Milano fatta di persone agli antipodi, di idee contrapposte e di anime differenti ma tuttavia in grado di ritrovarsi e divenire un tutt'uno che trascende passioni e inclinazioni personali.
E quindi, grazie Pimpa. Grazie, Laura e Rebecca, che assieme alla vostra figlia putativa avete restituito a questa città il proprio significato, riscoperto l'antica poesia meneghina e dissepolto una delicatezza senza tempo, insita in ognuno di noi, ma troppo spesso non coltivata.
Con le ultime carezze ho rassicurato Pimpa dicendole che il mio vecchio cane sarebbe subito arrivato ad accoglierla.
Quando arriverà il mio momento spero che giungiate entrambi a ricevermi. Ce ne andremo un po' a spasso per quella Milano buona, sincera e lontana anni luce dal mercificare ogni aspetto delle nostre esistenze, che in cuor nostro tutti desideriamo ma che non abbiam coraggio o coscienza di nutrire più.

 Riccardo Rossetti

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