CRONISTA A ROMA

Dal nostro inviato
La città dai sette colli

A differenza dei sette re di Roma che forse furono ben più di sette, i colli sopra i quali sorge la città eterna sono proprio sette, come i magnifici cavalieri dell'omonimo film western. Sono: Aventino, Campidoglio, Celio, Esquilino, Quirinale, Viminale e Palatino. Fu su quest'ultimo colle che secondo la leggenda tutto ebbe inizio, poiché fu qui che Romolo fondò la città il 21 aprile del 753 avanti Cristo mentre ad affondarla più volte ci penseranno molti dei capi che ne presiederanno le sorti. 
Ecco poi il Campidoglio, sede del municipio di Roma con la pavimentazione disegnata da Michelangelo, il Celio il cui nome deriva dal condottiero etrusco che per primo conquistò il colle e che si chiamava Celio Vibenna, l'Esquilino i cui abitanti venivano così contraddistinti per differenziarli dagli inquilini del centro storico, l'Aventino dove nel lontano passato la plebe si ritirò per protesta e dove nel 1924 i deputati democratici ripeterono la cosa a causa dell'assassinio di Matteotti. Poi il Viminale, attuale sede del ministero dell'interno e così chiamato perché nell'antichità era popolato da boschi di vimini e, infine: last but not least, il Quirinale, dove viene ospitato il presidente della repubblica e che misura oltre 100.000 metri quadrati ed è 20 volte più grande della Casa Bianca, sebbene conti non più dell'uno per cento. A differenza di altre città come ad esempio Milano che è piatta e lineare Roma è per via dei suoi colli un continuo saliscendi, che si diparte dal piazzale della stazione Termini per poi scendere fino alle limitrofe vie Cavour e Nazionale per discendere la prima rispettivamente ai fori imperiali e la seconda a piazza Venezia dove toccò nel periodo degli anni Venti e Quaranta del Novecento la sua china più bassa. Dopo il lungo, piano e interessante corso Vittorio Emanuele si giunge nella grandiosa piazza San Pietro, tempio della cristianità, e da qui si dipartono altre strade in salita, quasi che l'ascensione al cielo contempli anche queste vie. Beniamino Placido affermava che le città provviste di strade in salita fanno pensare a luoghi che si dipartono per il Cielo, dando l'idea di un Dio al quale approdare. E chi lo sa che non fosse stato anche il suo paese di origine: Rionero in Vulture, il quale è composto di stradine che sono tutte un saliscendi, a ispirargli questo pensiero in origine. Se poi si aggiungono la luminosità del cielo soprastante e il mite clima circostante, può sembrare che l'Eterno non sia troppo lontano da noi temporanei. Il ricordo di papa Francesco che nel periodo più buio della pandemia sale la scalinata che conduce dalla piazza al sagrato della basilica, percorrendola da solo sotto la pioggia scrosciante, è un'immagine che rimarrà a lungo dentro di noi, così come la successiva preghiera di questo papa dall'aspetto semplice ma non per questo meno carismatico. La natura che era presente a tutto campo prima della fondazione dell'Urbe è ora: seppure ridotta, sempre presente, rappresentando così uno degli elementi principali della città insieme alla monumentalità di museo a cielo aperto e al clima davvero benedetto dal Cielo. Forse perché di colli Roma ne possiede ben sette (ma a questi si possono aggiungere anche quelli del Pincio, del Gianicolo e del Vaticano) molti vampiri hanno affondato i loro canini per succhiare loro il sangue, ma pur traendosene profitto non sono riusciti a dissanguarli del tutto. Forse perché la città è come un'Idra, la quale oltre ai colli è provvista anche di sette teste in grado di pensare, riflettere e flettere il capo non solo in basso perché supino al potere, ma anche in alto in un rigurgito di orgoglio. Magari il rigurgito di vomito che talvolta quando proprio non se ne può più non manca di salire in gola. Forse era destino che un semplice villaggio di contadini si ampliasse fino a fondare una città che avrebbe conquistato buona parte della Terra e il cui nome sarebbe stato scritto sui libri di Storia. Se è vero che bisogna avere la testa sulle spalle, Roma con i suoi sette colli ha le rispettive anche se non sempre rispettabili teste sempre rivolte al suo passato, il quale è talmente luminoso da illuminare anche un presente non sempre altrettanto splendente.  

Antonio Mecca

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