ERAVAMO GIOVANI

Pioveva. Lentamente, dolcemente, timidamente quasi, come se la pioggia non volesse disturbare, turbare gli animi delle persone, abituate ormai a vivere giornate di sole.
La ragazza camminava con il passo veloce che la sua giovane età le permetteva, le imponeva quasi, inspiegabilmente felice perché ricettiva per quanto riguardava i profumi che la natura spargeva e le emozioni che circolavano dentro di lei. Tutto era bello perché tutto ancora da costruire, perché tutto ancora da vivere. In attesa - molto più in là nel tempo - di rivivere il tutto, ripensando a quello che Anna Maria Ortese aveva detto a un'amica riguardo gli anni lontani della loro giovinezza:
"Quegli anni meravigliosi...
"Perché meravigliosi? Eravamo poveri, c'era la guerra..."
"Eravamo giovani" - era stata la risposta di Anna Maria.
Ecco: lei era giovane, e questo poteva e doveva bastarle. Le infondeva una maggiore fiducia nella vita, nell'esistenza, nella resistenza a tutto. Era un qualcosa che sembrava abbracciarla teneramente, dolcemente. 
Quello che le successe all'improvviso, mentre attraversava il parco, non fu un abbraccio tenero e dolce, ma forte e violento. Le braccia di un uomo ancora giovane le cinsero le spalle, una mano forte le tappò con forza bruta la bocca, il suo respiro ansante le alitò sul collo...
- Zitta! Sta zitta se non vuoi morire!
La ragazza si dibatteva disperata, cercando di scrollarsi di dosso lui e soprattutto la paura di lui che l'aveva ghermita, maledicendosi per il fatto di avere voluto tagliare per il parco in quel giorno di pioggia e di freddo nel quale i passanti latitavano. L'uomo le sollevò la maglietta e vi cacciò sotto la mano libera. La ragazza aveva spalancato gli occhi per il terrore, cercando con lo sguardo e non trovando qualcuno che stesse transitando di lì. E quel qualcuno alla fine passò, un cosiddetto runner che correva lungo il vialetto parallelo, le orecchie tappate dalle cuffie dentro le quali fluiva la sua musica preferita. Si trattava di un giovane come lei, che vide la scena e comprese. Allora bruscamente si fermò, si strappò le cuffie dalle orecchie, e corse verso di loro.
-Ehi! - gridò.
L'assalitore si voltò verso di lui, indeciso. Poi tolse la mano sudicia dalla bocca aggraziata della ragazza e scappò. Lei fece fuoriuscire l'urlo che non aveva potuto mandare fuori da subito, gli occhi ancora colmi di terrore. Il ragazzo le si avvicinò, cercando di rincuorarla.
- Come ti senti? - le chiese.
- Bene. Adesso mi sento bene. Grazie, grazie per tutto.
- Figurati; per così poco...
Non era così poco, pensò lei: era invece molto, tanto; per cui non poté fare a meno di abbracciarlo, le lacrime che la sua sensibilità femminile non si trattennero più dallo sgorgare. Poi i due si avviarono all'uscita del parco con lui che l'accompagnava a casa, restituendola al calore della famiglia e all'affetto dei suoi genitori.
Antonio Mecca

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