Evan Hunter: il Salvatore Lombino nato in America

Ambienta un suo romanzo a Ruvo del Monte paese del nonno paterno

Il comune di Ruvo del Monte, grazioso paese situato in provincia di Potenza, ha fatto tradurre a proprie spese il romanzo autobiografico di Evan Hunter "Le strade d'oro", pubblicato negli Stati Uniti nel 1974. Perché il libro  -dedicato a Giuseppe Antonio Coppola nipote di Evan- parla di Ruvo ribattezzato nel romanzo Fiormonte, e del suo paesano Giuseppe Antonio ribattezzato Francesco Di Lorenzo, così come Salvatore Lombino si è ribattezzato Evan Hunter  e volendo  essere americano al cento per cento gli conveniva tagliare i ponti con il passato per sentirsi più a suo agio nella società americana nella quale era nato e cresciuto.

La contraddittorietà di questo artista è difficilmente spiegabile perché lui resta difficilmente comprensibile. In quasi ogni suo scritto, romanzo o racconto, di genere poliziesco o non, si trova sempre almeno un personaggio di origine italiana che viene descritto, nella maggior parte dei casi, con simpatia. Lui però cambia legalmente il proprio nome italiano in uno che più anglosassone di quello non c'è, derivandolo probabilmente dalle scuole frequentate: la Evander School e l'Hunter College. Come se non avesse potuto: come già faceva, firmare i suoi scritti con pseudonimi anglosassoni. In un suo articolo pubblicato nel 2004 se la prende con Internet, perché ogni volta che ci si connette per saperne di più su questo scrittore, inevitabilmente ci rimane al nome datogli alla nascita: Salvatore Lombino. A parte questo il romanzo "Le strade d'oro": splendidamente tradotto da Giuseppe Costigliola, rimane un gran romanzo, non solo per il numero di pagine -oltre 500, ma anche per la densità di situazioni descritte e la mescolanza di fatti reali o realistici.

Scritto in prima persona, a raccontare è un pianista cieco dalla nascita il cui vero nome è Ignazio Silvio Di Palermo (e di Palermo era il nonno Salvatore Lombino) il quale cambia il nome italiano nell'americano Dwight Jamison, perché il padre del pianista si chiamava Jimmy, e Jamison vuol dire figlio di Jimmy. Il libro di Hunter è diviso in quattro parti, e nella prima si descrive il nonno materno dello scrittore approdato in America all'età di vent'anni con l'augurio di restarsene lì il tempo necessario a raggranellare qualche soldo che gli avrebbe consentito di poter fare ritorno al proprio amato paese. Invece Francesco-Giuseppe Antonio in Italia e a Ruvo-Fiormonte non vi farà più ritorno, perché gli anni passeranno, una sua famiglia nascerà intorno a lui, da operaio per la costruzione della metropolitana newyorkese tornerà a svolgere la professione di sarto, andrà in pensione ma pur ancora in forze fisiche non potrà avere la gioia di rivedere la sua amata regione anche solo per poco tempo, possibilmente accompagnato da un familiare. Il nipote Sal: pardon, Evan, era comprensibilmente impegnato nel farsi un nome: seppure artefatto; la moglie, che era americana di nascita e che spesso si rivolgeva a lui con la simpatica frase: "Tornatene in Italia, terrone", solo perché il coniuge parlava un cattivo inglese, figuriamoci se con una compagna simile avrebbe potuto farsi da lei scortare nell'Italia del Sud di quegli anni.
Nel romanzo la donna viene chiamata Teresa, che è fiera di essere americana: "Ricordati che sono americana", dice spesso ripetendolo almeno tre volte. Ma cos'è, poi, l'America? È un crogiolo di razze, in teoria fuse insieme a formare l'oro della pentola nella quale confluiscono i vari colori dell'arcobaleno, in realtà quell'arcobaleno è solo un arco con il quale scagliare le frecce avvelenate e spuntate in grado però di eliminare i vari avversari e di riutilizzare poi il pentolone per cuocervi il minestrone di razze che il Paese accoglie fin dalla sua fondazione. Ma il desiderio di sentirsi parte integrante di un nuovo mondo che rappresenta un po' il paradiso in terra è troppo forte per alcuni, che giustamente vogliono sentirsi parte integrante del tutto ma che talvolta esagerano nel recidere definitivamente i propri legami,  come corde di un ring che evitano ai pugili di cadere in grembo a un pubblico assetato di emozioni forti. Dwight Jamison ha una moglie: Rebecca, di origine ebrea, e tre figli - proprio come il suo autore. Il personaggio riesce a raggiungere il successo che poi gradualmente perderà insieme alla moglie perché sarà lui a volersi staccare da lei, dato che non l'ama più come i primi tempi e che la tradisce spesso e volentieri, anche se è consapevole che questo suo modo di fare lo sta portando alla rovina morale. Infatti a un certo punto dirà: "Fu quella la vera morte, il resto è stata solo una cremazione". Forse il restare per tutta la vita accanto alla stessa persona vuol dire perdere qualcosa, ma qualcosa di più grande forse la si perde nel volersene distaccare, come fu con Rebecca-Anita. Perché la condivisione di gioie e dolori, di speranze verso il futuro e di prime acquisite soddisfazioni è un po' un tradimento reciderle con l'abbandono del partner. La felicità così come la si vede da giovani con le lenti rosee che colorano il mondo tipo pellicola di "Colazione da Tiffany" col passare del tempo si scoloriscono e la vicenda del film con Audrey Hepburn e le magiche musiche di Henry Mancini si tramuta nel ben più veritiero "Il gufo e la gattina", dove la protagonista è una prostituta e il suo partner uno scrittore fallito, dove il linguaggio è autenticamente triviale e non edulcorato. Il linguaggio di Hunter in "Le strade d'oro" è spesso insopportabilmente volgare, ma quella che viene descritta è la realtà tout court, senza falsi filtri. A qualcuno non è piaciuta, ma a questi mi permetto di ricordare che anche Henry Miller scriveva così, ma ciò non gli ha impedito di essere quel grande scrittore che è stato. Inoltre, il romanzo è ricco di descrizioni relative al campo musicale e a quello del jazz in particolare, di cui Jamison-Hunter è stato cultore perché anche lo scrittore era stato pianista come il suo personaggio. Che dire di più? Che il libro vale la pena di leggerlo perché lo stile del suo autore vale la penna: elettronica o meno, con la quale lo ha scritto. La sua potente voce di scrittore sovrasta la storia e i personaggi e la sua voce suona sempre limpida nonostante lo sguazzare in acque a dir poco torbide.

Antonio Mecca