FERNANDA PIVANO CI HA FATTO CONOSCERE

Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald e William Faulkner

La lettura di un interessante volume di Fernanda Pivano che raccoglie decine di articoli su alcuni scrittori americani approdati sulla scena letteraria "Dopo Hemingway" (che è il titolo del volume edito da Pironti Editore, nel 2000) fornisce lo spunto per ricordare la figura di questa grande giornalista, narratrice, traduttrice, che ha contribuito notevolmente a far conoscere in Italia dapprima scrittori invisi al passato regime fascista: Ernest Hemingway, colpevole con il suo "Addio alle armi" di avere sparlato della disfatta di Caporetto e di essere - più specificamente - antimilitarista, tanto che la traduzione della Pivano dovette attendere il 1949 prima di essere pubblicata. E poi ci furono fra gli altri grandi, Francis Scott Fitzgerald e William Faulkner. 
Fernanda nasce a Genova il 18 luglio 1917, ma all'età di nove anni la sua famiglia: padre, madre e un fratello, si trasferisce a Torino, dove la ragazza studierà frequentando il liceo classico Massimo d'Azeglio e avendo come compagno di classe in quarta e quinta ginnasio Primo Levi e, come professore supplente di italiano, Cesare Pavese. Sarà Pavese a farle avere quattro libri americani i quali faranno nascere nella giovane i suoi primi fremiti di amore verso l'America. I libri erano: "Addio alle armi"; "Antologia di Spoon River", da lei tradotto e pubblicato nel 1943, quando nel mese di giugno prende la laurea in filosofia; poi "Foglie d'erba" di Walt Whitman, e l'autobiografia di Sherwood Anderson. Sarà il 1956 l'anno che vedrà Fernanda Pivano effettuare il suo primo viaggio negli Stati Uniti, all'età di 39 anni. Si interesserà così agli esponenti della cosiddetta Beat Generation, che vede fra i suoi esponenti scrittori quali Jack Kerouac, William Burroughs, Gregory Corso. Con il termine di beat generation si intende il rifiuto da parte di questi giovani artisti di norme imposte, nonché innovazioni nello stile, sperimentazione delle droghe, sessualità alternativa, interesse per la religione orientale. E poi antimilitarismo, desiderio di pace universale e uso di droghe alla ricerca di un paradiso artificiale che doni loro un simulacro se non di paradiso vero e proprio perlomeno di paradiso terrestre. Oltre agli stupefacenti, spesso e purtroppo volentieri questi artisti, maschi e femmine, ricorrono all'alcool, che nella filosofia americana rappresenta da sempre un supporto temporaneo al quale richiedere sempre più dosi di coraggio e autostima che senza di essi resta loro impossibile ottenere. 
L'America è un Paese controverso, capace di grandi slanci affettivi e di grandi lanci nel vuoto, in una sorta di jumping dove spesso la corda che trattiene il lanciatore dallo sfracellarsi poco prima di toccare il terreno finisce per spezzarsi in quella sorta di cordone ombelicale che ci unisce alla madre terra. Raymond Chandler nel rispondere al lettore di un giornale inglese che accusava gli americani esclusivamente di negatività, scriveva: "Un inglese per dimostrarti la sua solidarietà ti dà la mano. Un americano ti dà la sua camicia". Questo non vuol dire che gli americani siano degli esseri angelici paragonabili alle commedie hollywoodiane in voga fino agli anni Cinquanta, ma neppure i cinici sterminatori di indiani nonché bevitori di whisky o buzzurri cow boys. E il desiderio del viaggio che un tempo i vari Hemingway e Fitzgerald intraprendevano all'estero, Europa in primis con Francia e Italia soprattutto, dagli anni Cinquanta-Sessanta lo intrapresero più che altro all'interno del loro enorme Paese, nel West specialmente, nella convinzione che forse era più che altro una convenzione che quello fosse una sorta di Eden in grado di fornire risposte ai vari perché dell'esistenza. Forse una ingenuità, che magari poveri giovani provvisti di intelligenza e cultura ma sprovvisti del raziocinio necessario a far loro capire meglio chi sono veramente determinati personaggi, ha finito per condurre alla rovina e alla morte, vedi la povera Ilenia. 
Fernanda Pivano ha dato spazio anche ai rappresentanti della letteratura di quel tempo: anni Ottanta-Novanta che erano approdati al firmamento delle stelle: Jay Mc Inerney, Erica Jong, Bret Easton Ellis. Sempre attenta a registrare i loro nuovi lavori, a recensirli, a incontrarli. Il tutto con una scrittura pulita e facile da leggere, dove sempre quando le capitava: non spesso, di ripetersi, avvertiva il lettore: "Come ho già detto", e piazzando la "S" finale nei plurali delle parole inglesi come "films", "gangsters", "detectives", che adesso - chi lo sa per quale dannato motivo - non si usano più e anzi i computers (pardon: computer) li segnano come errori. 
Fernanda Pivano scrisse anche quattro romanzi pubblicati rispettivamente nel 1986, 1988, 2000, 2001. Ma, soprattutto e specialmente perché speciali essi sono, trentasei saggi e biografie a partire dal 1961, tra cui la biografia su Hemingway del quale fu grande amica.
La scrittrice ligure-torinese che dal 1949, dopo il suo matrimonio con l'architetto Ettore Sottsass, si era trasferita a Milano, in questa città morì. il 18 agosto 2009, all'età di 92 anni. Il suo enorme lavoro che non è andato certo perduto come la generazione omonima continuerà a dare nutrimento a tutti coloro che di un Paese non cercano un monocolore, o conferme alle proprie fobie o autoconvincimenti, ma studiano i suoi determinati esponenti cercando di sapere cosa quella società è davvero nel bene e nel male, accettando giudizi ma non pregiudizi.   

Antonio Mecca

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