Giallo a Verbania 1

L’uomo al quale stavo tenendo aperta la porta che immetteva nel mio ufficio era alto un metro e ottantacinque, di corporatura robusta: cento chili scarsi, di mezza età, intorno ai cinquanta. Il sorriso dedicatomi per ringraziarmi del gesto che stavo facendo affinché potesse entrare nella stanza aveva un qualcosa di strano e di straniero. Troppi denti in mostra e troppo bianchi, di quel candore sospetto che è il marchio di fabbrica delle dentature artificiali e che talvolta sostituisce il candore inesistente delle coscienze latitanti e costituisce l'unica forma di pulizia di persone tutt'altro che pulite dal punto di vista etico. Indossava pantaloni e giacca grigio perla, una camicia bianca e cravatta rosso-bluastra come la lingua di un impiccato. Le scarpe di cuoio scricchiolavano al passo leggermente, al pari delle calzature di un dandy negli anni ’50. Quando gli indicai la poltroncina di pelle nera posta di fronte alla mia sull'altro lato della scrivania, nera come la cattiva coscienza di non pochi fra i miei clienti, lui mi ringraziò con l'aggiunta di un sorriso. L’accento tradiva una provenienza anglo-americana. Mi ripromisi di scommettere con me stesso se di provenienza british o americana. Effettuai il periplo della scrivania, così come lui doveva avere effettuato il periplo di una parte del globo terracqueo per giungere fino a me.

- Mi dica pure, signor…

- Anders. Felix Anders.

Americano. L'accento era inconfondibilmente quello non dei figli di Albione bensì dei figli dello zio Sam. O, per non pochi, dei figli di… e basta! 

- Proviene dagli States? – mi informai. 

- Sì. Dalla California del Sud, da Los Angeles – precisò. – Mi trovo qui per ritrovare mio figlio, perché è scomparso dall’hotel dove era alloggiato, e questo da una settimana. 

Si interruppe, dato che la commozione lo stava soffocando. Ne approfittai per chiedere: - Dove si trova, questo albergo? – - A Verbania – rispose. – Tom ci era andato in vacanza per rivedere quel luogo che tanto gli era piaciuto quando lo aveva visto la prima volta, dodici anni fa, insieme a me e a sua madre. Inoltre Tom è architetto, e ama molto l'architettura del vostro meraviglioso Paese – Palladio soprattutto – e qui in Italia costruzioni antiche più che pregevoli non mancano di certo. Così era venuto per un viaggio-vacanza che da Milano e Verbania lo avrebbe portato a Vicenza e poi a Venezia. Un mese abbondante, quindi e poi far ritorno in America.

Si interruppe di nuovo. - Era in Italia da solo? – volli sapere.

- Sì, rispose. - Quanti anni ha? - Ventiquattro.

- Parla bene l'italiano? Lei lo sta parlando bene - gli dissi.

- Perché l’ho imparato a scuola, e perché in Italia ci sono venuto spesso fin da quando ero poco più di un ragazzo. Anche Tom lo parla bene; ha sempre detto di considerarla una lingua bellissima, dolce e non certo aspra come il tedesco o buffa come lo spagnolo. 


Antonio Mecca

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