Giallo a Verbania 5

Aprii il bagaglio, ne cavai fuori alcuni capi di biancheria pulita, andai ad effettuare un sopralluogo in bagno, constatai che erano presenti water, bidè e doccia, quindi estrassi lo smartphone e cercai l’immagine di Tom Anders che apparve sul display. Dopodiché azionai il tasto play il quale fece partire il video. Più che a quello che diceva il ragazzo e che in gran parte non capivo, ero interessato alla sua figura e all'espressione del volto, che mi parve tranquilla e priva di preoccupazioni. E, soprattutto, al libro che reggeva in mano. Fermai l'immagine, zoomando successivamente sulla copertina del libro. Essendo però occultata per gran parte dalla mano sinistra del ragazzo, non mi riusciva di leggere il titolo e il nome dell'autore. Mi riusciva di leggere soltanto una porzione del titolo: “Le case in…”, e del nome: “Giacomo…”. Tolsi quindi il video, riposi l'apparecchio in tasca e lasciai la stanza. 

Tornato nel vestibolo mi soffermai a guardare le scansie della modesta libreria presente, i cui quattro scaffali contenevano una trentina di volumi in italiano e altri idiomi, scritti anche da idioti provvisti però di adeguata licenza pubblicistica. Fra i volumi in italiano mi capitò di trovare il libro che Tom aveva in mano al momento dell’auto ripresa. Lo sfilai dallo scaffale e potei finalmente leggere per intero: “Giacomo Liverati. Le case in Italia”. Si trattava di un volume di ben cinquecento pagine ricche di illustrazioni a colori e in bianco e nero, fotografie, disegni e dipinti. Lo sfogliai con attenzione, quasi cercando fra le sue pagine eventuali foglietti contenenti messaggi. L’inserviente vicina alla pensione mi si avvicinò sorridendo.

- Ha avuto modo di conoscere Tom Anders, il ragazzo americano? – approfittai per chiederle.

- Sì – rispose. – Mi ha detto di provenire da Los Angeles, la città del cinema. Deve essere davvero un bel posto, lì dove abita.

- Non ci sono mai stato – confessai. Le mostrai il libro che tenevo fra le mani. – Lo riconosce?

Lo fissò. – Mi pare di averglielo visto leggere. Sì, mi ricordo di questo.

- Le ha detto niente al riguardo?

- Mi ha spiegato che parlava di case progettate da grandi architetti italiani del passato, ai quali lui era interessato.

- Non le ha parlato di qualche casa o architetto o città in particolare? Ci pensò sopra.

- No - rispose infine. - Non mi pare. Parlavamo dell’America, di Los Angeles: la sua città. Avrei tanto voluto andarci! Non risposi, come una vecchia scema di mia conoscenza, affermava, che i viaggi bisognerebbe farli quando si è giovani, non quando si è vecchi. - E magari senza lavoro, e senza quattrini, mi veniva da aggiungere. Dissi, invece:

- È ancora in tempo per andarci. Magari tramite una seria agenzia di viaggi. Sono esperienze che rimangono. 

- Ci credo. E penso 

E penso proprio che lo farò. Ora, se mi vuole scusare… Uscì dalla stanza. Riportai la mia attenzione sul volume. A un certo punto, arrivando con rapidità alle ultimissime pagine, notai la presenza di una cartolina del tipo di quelle che le biblioteche pubbliche inseriscono all'interno dei libri dati in prestito. C’era scritto: “Biblioteca Civica Pietro Ceretti Verbania”. 

Restai per un po’ pensieroso. Come mai il libro, non appartenente ad Anders ma neppure all’ostello, era finito nella libreria di quest'ultimo? Come se Tom lo avesse con sé in quella sala al momento di uscire, magari non prevedendo di farlo, per cui aveva deciso di depositarlo nella scansia della libreria provvisoriamente per potere lasciare l’albergo privo di pesi. 



Antonio Mecca

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