Giallo a Verbania 6

Riaprii il volume, cercando con calma ciò che neppure io sapevo. Le pagine non recavano alcun segno di riconoscimento tipo pieghettature o impronte di polpastrelli oppure segnalibro, per cui non sapevo cos'altro cercare. Nell'indice vi erano capitoli e paragrafi intitolati a grandi e celebri architetti del passato ahimè troppo velocemente passato e a più piccoli o quasi sconosciuti loro colleghi. Fra le città riportate Roma e Firenze favevano la parte del leone, seguite da Venezia che il leone ce lo aveva anche come simbolo e da Napoli, che come simbolo aveva quello dello sciacallo che usava nutrirsi del lavoro degli onesti. C'erano poi Vicenza, città natale di Andrea Palladio, e Verbania, presente in due pagine a fine volume. Qui venivano descritte due ville, quella presente nella vicina Villa Paradiso, una costruzione in stile inglese come inglese era stato anche colui che l’aveva fatta edificare, e un’altra villa: Villa Diana, adibita in passato ad albergo sulla vicina via costeggiante il lago che da Pallanza conduce a Intra. 

Riposi il libro nella scansia dalla quale lo avevo preso, salutai la donna alla reception, uscii nel cortile e salii sulla mia auto.

Dopo avere lasciato l'ostello mi diressi alla base della Castagnola per poi ritrovarmi sulla via che costeggiava il lago. All'orizzonte, proveniente da Laveno Mombello sulla sponda lombarda del lago Maggiore, un traghetto avanzava lento e maestoso come un grosso palmipede bianco. Villa Viana era un edificio ormai in disfacimento, chiuso da anni e abbandonato all'erosione del tempo. La natura cercava di riguadagnare il proprio spazio perduto, ma come sempre accade quando l’uomo che l'ha sottomessa ai propri scopi poi l'abbandona il recupero da parte sua stava avvenendo in forma caotica e selvaggia. Fermai l'auto, scesi sul piazzale invaso dalle erbacce e non solo da quelle, chiusi a chiave la portiera e presi a fissare la facciata dell’edificio. Si trattava di una costruzione in stile liberty risalente circa a cent'anni prima. Peccato che il tempo e soprattutto l’incuria l’avevano resa per quello che più non era e arreso all’ingiuria degli anni e dei vari agenti atmosferici che si succedevano implacabili. 

Salii i pochi scalini presenti che innalzavano fino alla doppia porta di ingresso, della quale non si salvava neppure la metà. All'interno si poteva vedere il foyer con ancora alcuni mobili malmessi. Ridiscesi gli scalini sbrecciati e feci poi il giro dell’edificio. Qui, insieme a piante cresciute a dismisura, vi erano due panchine in pietra e tre in legno provviste di schienale. Percorsi il periplo dell’edificio fino quasi a raggiungere nuovamente l'ex ingresso. Trovai una porta piazzata sotto il livello del terreno, la quale probabilmente immetteva nella sottostante cantina. In terra, il consueto ricettacolo di rifiuti per fortuna non solidi. Fogli di giornali infradiciati dalla pioggia, lattine di birra e di coca vuote, quello che pareva essere un biglietto di autolinee. Mi accovacciai per meglio guardarlo. Si trattava di un’andata e ritorno in traghetto Laveno-Intra datato 17 ottobre ed emesso alle ore 15,00.

Lo presi per guardarlo con più attenzione. Notai così il segno della punzonatura effettuata dal controllore relativa soltanto all’andata. Si riferiva inoltre a un passeggero accompagnato da un ciclomotore moto fino a 250 cc.

Lo fissai per un po’, rigirandolo fra le mani. Quindi lo intascai e feci ritorno alla piazzola sottostante e all'auto lì parcheggiata.



Antonio Mecca



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