I DUBBI DI DEBBIE 3

Poi, dopo un'altra attesa che a lei parve interminabile, le porte che immettono nella sala di attesa si aprirono, e i passeggeri del volo americano cominciarono ad affluire. Uomini, donne, bambini. Famiglie, coppie, singoli. Fra questi ultimi, anche una bella ragazza munita di occhiali scuri da sole, un grosso trolley che trainava disinvoltamente, vestita con jeans, sneakers e una maglietta verde. Debbie la individuò immediatamente, e l'altra poco dopo. Le due ragazze si corsero incontro, sorridendo con gioia e persino qualche lacrima per la commozione. Si abbracciarono, con simpatia e affetto.

- Debbie! How do you do?

- Very well, Jane! Hai fatto buon viaggio? 

- Sì, ma very long, my God!

Entrambe risero, due giovani donne complici della loro femminilità e del loro cuore generoso.

- Come on, Jane; raggiungiamo my car.

La ragazza la seguì sorridendo per quella mescolanza di inglese e di italiano, palesemente felice di stare lì con lei. Appena uscite dal terminal raggiunsero il parcheggio esterno, dove tra centinaia di auto si trovava anche la Punto grigia di Debbie.

- Oh! - esclamò Jane nel vederla. - Very nice!

- Be’, insomma! - minimizzò Debbie. - Però è comoda per muoversi nel traffico.

Caricò il bagaglio nell’apposito vano, aiutata dall’americana. Poi insieme salirono nell’abitacolo, Debbie al volante e Jane seduta sul lato passeggeri. Qui accomodatasi si tolse gli occhiali, mettendo a giorno i suoi bellissimi occhi scuri, che Debbie aveva avuto modo di osservare molte volte durante il suo lavoro di doppiaggio. Occhi bellissimi, capaci di fare innamorare chi aveva modo di osservarli, e non solo uomini.

Lasciato il parcheggio Debbie si immise sulla strada nazionale che portava in città, e precisamente in centro, la downtown, come dicono in America, dove in un appartamento in affitto situato sulla Torre Velasca la giovane americana avrebbe alloggiato. Le due giovani si può dire che non smisero un solo istante di parlare, riversando a precipizio tutte le emozioni accumulate che non era possibile trattenere oltre. Così è l’animo femminile, che nella sua generosità torrenziale abbonda in tutto. E il desiderio di discutere a voce riguardo i propri sentimenti era certo grande.

Debbie nell’ascoltare la voce di Jane era rimasta perplessa. Aveva avuto modo di ascoltarla nell'originale americano, e le parve ora meno squillante, più roca. Si sbagliava, forse? Sempre parlando molto, sempre ridendo tanto, le due donne giunsero nel centro città. L’americana esclamava spesso “Wow!” come si usa in America e come si usa anche in Italia, generalmente da parte di stagionate femmine che così squittendo credono di potersi ancora far passare per giovani e tenere pollastre, mentre altro non sono che galline ormai in età da brodo.

La torre Velasca sorge nella omonima piazza, a un tiro di cannone di Bava Beccaris da piazza Duomo. Debbie accompagnò la sua giovane amica fino alla reception, dopodiché si diedero appuntamento di lì a un'ora per recarsi a pranzo.

Debbie tornò alla sua auto e la sistemò successivamente in un garage adibito a parcheggio in maniera da stare tranquilla per diverse ore, dato che intendeva girare con la sua nuova amica, facendole visitare il più possibile di quella città spesso impossibile - come cantava Memo Remigi - nonché pranzare in un buon ristorante, recarsi a piedi in un locale situato nei pressi della vicina università Statale, la cui splendida facciata barocca color rosso vinaccia era tutta un ricamo di altri tempi che ebbe il potere di estasiare l’americana facendole emettere una serie di “Wow!” da collezione. Anche l'adiacente piazzetta Santo Stefano non mancò d'estasiarla, al che Debbie disse che era sempre piaciuta molto anche a lei.

- Mi ricorda, come stile, Firenze.

- Oh, yeah! Firenze! L'ho visitata, è very wonderful! 

Debbie sorrise, approvando.


Antonio Mecca


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