I TRE VANZINA CARLO, ENRICO E IL PADRE STENO

Ai posteri l'ardua sentenza

La recente pubblicazione del libro "Mio fratello Carlo" di Enrico Vanzina sul fratello, notissimo regista di recente scomparso, è l'occasione per parlare di entrambi. Per decenni hanno lavorato insieme alla stesura di sceneggiature e alla realizzazione di film per il cinema, producendo decine di film a partire dalla metà degli anni '70, quando ancora il padre Stefano in arte Steno era in vita e lavorava a pieno ritmo, contribuendo a lanciare nuovi comici come Abatantuono e Jerry Calà dopo avere lavorato con i sempre verdi Totò, Peppino, Sordi, e altri. Fino a non molto tempo fa i Vanzina venivano considerati poco meno che spazzatura nella quale, per caso, riluceva anche qualche pietra preziosa; una coppia di scalcinati autori sfornanti filmetti d'occasione da due soldi e mezzo, augurando loro di progredire artisticamente mentre regredivano fisicamente, fino a raggiungere la cifra tonda di tre soldi in maniera che: rimettendosi all'opera, fosse questa un'opera da tre soldi e quindi finalmente un lavoro di tutto rispetto. In realtà - sebbene alcuni di questi film sarebbero e avrebbero potuto venire realizzati meglio - il duo Carlo ed Enrico scriveva e filmava storie aderenti alla vita contemporanea, vita che con i guanti andava maneggiata pena il restare insozzati o ustionati. Nei loro film la risata è comunque assicurata, ma qualche volta: soprattutto da parte dello spettatore attempato, una certa insofferenza traspare perché legata alla nostalgia dei film del passato, magari anche quelli del padre Steno, che dapprima in coppia con Monicelli e poi da solo, contribuì a lasciare il segno nel mondo della celluloide nostrana.
In realtà, alla domanda che spesso viene fatta: "Perché non si fanno più film come quelli di una volta?" la risposta è semplice: non li si fanno più perché il mondo non è più quello di una volta; è cambiato perché cambiati siamo noi, ed è quindi impossibile realizzarli. Finiti sono il neorealismo classico, quello rosa, la commedia all'italiana, che ancora esiste, persiste e resiste sebbene adeguatamente adattatasi alla realtà contemporanea. D'altronde se il cinema è lo specchio dei tempi, e se i tempi sono bui, non ci si può poi lamentare se riflette il nulla. Certo, una volta davanti alla macchina da presa c'erano attori del calibro di Totò, Peppino, Sordi, Fabrizi, Gassman, Tognazzi, Manfredi. E attrici come Anna Magnani, Sofia Loren, Monica Vitti. Gli sceneggiatori erano Age e Scarpelli, Rodolfo Sonego, Ettore Margadonna, i registi Monicelli, Comencini, Scola, Risi.
E Steno, naturalmente, che in quarant'anni realizzò oltre settanta film oltre a decine di sceneggiature, concludendo la sua prestigiosa carriera sul set della serie televisiva "Big Man", con Bud Spencer, realizzata nel 1988, e congedandosi dall'esistenza all'età di 71 anni. Steno era stato anche un ottimo scrittore e vignettista, e lo testimonia il bel libro "Sotto le stelle del '44", confezionato per Sellerio dai due figli che vi raccolsero una parte notevole della notevole produzione giornalistico-umoristica del padre: articoli soprattutto, che fanno concorrenza a quelli del grande Flaiano.
Enrico Vanzina, nato nella capitale nel 1949, il 26 marzo, è stato ed è oltre che sceneggiatore dal suo osordio nel 1976 con il film "Oh, Serafina!", anche giornalista e romanziere dotato di fine umorismo. Il che lo accomuna ai suoi illustri predecessori del passato, un ironico-malinconico che può far pensare ai grandi Brancati e Flaiano, e che aforismi ben riusciti, raccolti in parte nel suo libro autobiografico "Una famiglia italiana" degnamente testimoniano. Ad esempio: "Molti uomini cercano di affogare i loro guai nell'alcol. Ma i guai sanno nuotare"; "A Napoli hanno inventato la pizza e gli spaghetti al pomodoro. Poi, per non stravincere, anche la camorra"; "La politica consiste nel convincere qualcuno a votare per te sulla base di un programma. Spesso televisivo"; "Il cinema italiano assomiglia agli italiani: promette molto, mantiene poco".
Ci vogliono anni prima che si riesca a comprendere appieno le cose che prima si erano comprese solo in parte e con un giudizio, o pregiudizio, di parte. È accaduto col grande Totò prima, con i Vanzina poi. Quando ci capita di rivedere i loro film del passato che magari già allora facevano rimpiangere il tempo precedente e compiangere il presente che li aveva realizzati, proviamo per loro una cocente nostalgia che magari prima ci aveva lasciati freddi e che ora il trascorrere del tempo ha maturato nella giusta prospettiva che poi è anche la giusta distanza necessaria a cancellare l'ingiusto giudizio frettolosamente sentenziato.   

Antonio Mecca


Foto: i fratelli Vanzina, Enrico a sinistra e Carlo a destra