IL FASCINO AVVINCENTE DELLA MUSICA DI NINO ROTA

Quando la creazione umana diventa arte e poesia

Un film è un'opera collettiva che si avvale di soggetto, sceneggiatura, regia, interpretazione, fotografia, scenografie, musica... Non vi è dubbio che Nino Rota (all'anagrafe Giovanni Rota Rinaldi, nato a Milano il 3 dicembre 1911 e morto a Roma il 10 aprile 1979) fu e ancora resta uno dei compositori più bravi e più prolifici di musica da film, con all'attivo oltre 150 colonne sonore che sono state capaci di rendere il film più intenso e arrendere ai sentimenti più genuini gli ascoltatori del tema musicale. Precoce nella creazione artistica, Rota (il quale era fratello di Rosetta, futura moglie di Flaiano) esordisce appena undicenne come compositore con l'opera "L'infanzia di San Giovanni Battista). Nel 1923 frequenterà il Conservatorio Giuseppe Verdi a Milano e tre anni dopo compone una seconda opera ispiratagli da una fiaba di Andersen. Va poi a Roma più o meno nello stesso periodo della famosa marcia, ma si limiterà più saggiamente alla marcetta musicale e nel 1929 otterrà il diploma di composizione musicale all'Accademia di Santa Cecilia. L'anno successivo si reca negli Stati Uniti e lì vi rimane per due anni. Torna quindi in Italia dove nel 1936 si laurea in Lettere all'Università degli Studi di Milano. È del 1933 la prima delle sue colonne sonore per il cinema: "Treno popolare", di Raffaello Matarazzo, treno che doveva filare sempre in orario perché a occupare il binario morto era il Paese da ormai 11 anni. Passeranno poi nove anni, prima di realizzare la sua seconda colonna sonora, sempre per un film di Matarazzo. È indubbio però che fu la collaborazione con Federico Fellini a partire dal 1952 con il suo primo film "Lo sceicco bianco" e proseguita poi per tutti gli altri film realizzati dal regista riminese nell'arco di 25 anni fino a "Prova d'orchestra" del 1979 quella che lo rese più in luce nel panorama cinematografico mondiale. Prima, durante e dopo ci furono e ci sarebbero stati altri film di altri autori la cui musica ebbe modo di far risaltare il lavoro da loro diretto. Fra questi: "Rocco e i suoi fratelli", "Il gattopardo", "Romeo e Giulietta". Nel 1972 musicò il film "Il padrino", siccome però aveva riutilizzato alcune sue precedenti musiche (quelle, per la precisione, composte per il film del 1958 "Fortunella", di Eduardo De Filippo, adottando il brano "Parla più piano" eseguito in maniera lenta) non poté concorrere all'Oscar, che vincerà comunque due anni dopo per "Il padrino parte II". Tre anni più tardi vincerà il premio David di Donatello per il film di Fellini "Casanova", forse il più erotico del regista romagnolo. Ma Nino Rota è ricordato anche e forse soprattutto per le musiche dello sceneggiato televisivo Rai del 1964 "il giornalino di Gian Burrasca", per la regia di Lina Wertmuller e l'interpretazione strepitosa di una giovanissima Rita Pavone. La musica della famosa canzone "W la pappa col pomodoro" è rimasta nella memoria di chi ha avuto modo di ascoltarla anche se molti anni dopo la programmazione del lavoro televisivo. Un film può essere grande o meno grande, ma se la musica che lo accompagna è talmente bella e suggestiva da surclassare il film stesso, e suggestionare chi l'ascolta. La musica agrodolce composta per "La dolce vita" o quella follemente farsesca del finale di un film che sembra non avere un suo inizio: "Otto e mezzo", l'inquietante colonna sonora di un capolavoro quale "Roma", del 1972, che sembra scavare nel doppio passato: del regista arrivato nella capitale alla fine degli anni '30,  e quella della caput mundi, le cui testimonianze - seppure quasi tutte smozzicate dal Tempo - ancora erano e sono lì presenti. Nel film in questione, diretto da un cinquantaduenne Federico Fellini, vi sono scene memorabili nelle quali passato e presente si intrecciano a vicenda come i vimini di un canestro atto a contenere i frutti che la Storia ha saputo produrre, frutti artistici dei quali ancora beneficiamo. La scena nella quale mentre si scava per fare avanzare la metropolitana viene scoperta una antichissima villa romana con al suo interno statue e affreschi che si dissolveranno rapidamente a causa dell'ossigeno entrato è di certo suggestivo, mentre si può definire inquietante quella della sfilata relativa ai modelli dei vestimenti religiosi realizzati da stilisti appositamente per la Chiesa. La musica che Nino Rota compose, più o meno sacra come la Rota omonima, rende le immagini che si proiettano ai nostri occhi capaci di suscitare una sorta di timore reverenziale nei confronti dell'essere umano artefice della storia e manipolatore della Storia. Forse nella laicità di alcuni artisti c'è più cristianità di molti cristiani. Perché il dubbio genera la pietà, mentre l'assolutismo soltanto orrori. Al rimprovero che molti anni fa Mario Soldati gli fece sul fatto che Rota avesse abbandonato il Nord per il Sud, il grande compositore rispose che lui amava la luce. La luce. Quella che rappresenta la vita, che genera i colori. La luce che nell'aldilà dovrebbe bastarci per vivere in un'altra dimensione. Un compositore come Nino Rota è stato la luce, l'ha cercata e spesso trovata; non solo per ciò che riguarda la musica da cinema, bensì anche per la composizione di opere e musiche varie per pianoforte, archi e pianoforte, fiati e pianoforte. Perché nella musica lui si esprimeva e si spremeva come un frutto in grado di dare una bevanda atta a dissetare chi ne usufruisce.    

Antonio Mecca


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